Autunno Americano #7

Il mio lavoro è friggere le ali di pollo nella più importante catena di supermercati dell’Ovest. Dalle sette di mattina alle cinque del pomeriggio, sette giorni su sette. Il cambio me lo dà un ragazzo portoricano di vent’anni che deve pagarsi l’università. Lui lavora fino a mezzanotte. Sono molto brava a friggere le ali di pollo. Me lo dicono tutti i clienti, anche i turisti che passano da queste parti. All’inizio mi faceva un po’ schifo, poi ho capito che il trucco è focalizzare la tua testa su qualcosa d’altro, qualcosa di bello, mentre le rotolo nella farina setacciata e arricchita con prezzemolo, timo e paprika dolce e poi le butto nell’olio bollente. Allora ti viene più facile. Devi dissociarti, in un qualche modo. Io per esempio penso al mio ragazzo, a quanto mi fa ridere con le sue imitazioni, a quando mi ha fatto la proposta di fidanzamento dopo che eravamo stati a trovare suo padre in galera. “Voglio una vita diversa”, mi ha detto. Anche io voglio una vita diversa, gli ho detto. Diversa da quella di mia madre, stesa su un letto tutto il giorno a guardare la televisione, stordita dall’alcol e dagli antidepressivi. Diversa da quella di mia sorella, rimasta incinta quando era poco più di una bambina. Diversa da quella di mio padre, che non ho mai conosciuto, che non so se è vivo, che non sa se sono viva. Per avere una vita diversa devo friggere ali di pollo fino a che non avrò messo via abbastanza soldi per potere andarmene via da questo banco della gastronomia e da questo supermercato e da questa città. Con il mio ragazzo. L’anno scorso ho vinto il primo premio come migliore dipendente del mio reparto. C’è stata una vera e propria cerimonia di premiazione. Il direttore ha fatto un discorso, tutti hanno applaudito, poi ha elencato i nomi dei migliori dipendenti dell’anno, ad ogni nome un applauso e risate e oh-oh di incoraggiamento . Quando ha detto il mio mi sono commossa, lui mi ha stretto la mano sorridendo e dicendomi che era contento che io facessi parte di questa grande azienda, di questa grande famiglia. E io mi sono commossa ancora di più perché una famiglia, grande o piccola, non so cosa sia. Per questo ne voglio una mia, davvero mia, prima o poi. Mentre mi appuntava sul bavero della giacca una medaglietta con scritto il mio nome e “miglior dipendente dell’anno reparto gastronomia ” la mia preoccupazione era quella di non puzzare troppo di fritto, anche se mi ero lavata a lungo i capelli, indossato abiti freschi di tintoria e spruzzato un bel po’ di quel profumo romantico che piace tanto al mio ragazzo. Dopo la premiazione abbiamo mangiato una fetta di torta di carote ricoperta di glassa, abbiamo brindato con il vino super offerta del mese, poi abbiamo indossato la nostra divisa e siamo tornati a lavorare. Speravo di vincere dei soldi o magari un fine settimana in Florida e invece, siccome facciamo parte di una grande famiglia, il premio è stato un anno di sconto sui prodotti in vendita e alette di pollo gratis per sei mesi. A me va bene perché vivo col mio ragazzo, risparmieremo un bel po’. Lui non ama il pollo fritto ma, alla fine, mangia tutto. Ed è un po’ la sua filosofia, questa. Come quando prima di voltarsi sul fianco a dormire mi dà un buffetto sulla guancia e mi dice “Questo è importante che tu capisca. Che alla fine si sopravvive a tutto”.

 

Testo e foto (Green River, Utah 2017) Maria Cristina Codecasa Conti

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