Autunno Americano #6

A casa mia niente era normale.

A cominciare dai miei genitori. Mia madre aveva una delle gallerie d’arte più importanti della città. Mio padre era un benemerito professore dell’Università di Berkeley, dove aveva una cattedra sulla storia delle culture dei nativi americani. Vivevamo in una delle case più belle della baia. I miei si erano trasferiti lì appena sposati, dopo avere vissuto il loro lungo fidanzamento on/off nella psichedelica New York degli anni ’70. Erano di quelli che avevano teorizzato e vissuto con godereccia convinzione la rivoluzione sessuale, la coppia aperta, l’amore libero e altre di queste menate. Poi quando mia madre era rimasta incinta della sottoscritta tutti questi illuminati pensieri erano andati a sbattere contro mio padre e il suo legittimo dubbio sul fatto che questo figlio fosse davvero suo. Mia madre si era presentata un giorno alla porta della stanza del dipartimento dove lui lavorava come giovane ricercatore della Columbia e gli aveva buttato sulla scrivania tutti i risultati dei test, poi gli aveva detto che insomma facesse un po’ meno lo stronzo perché quel figlio era suo ed era ora di sposarsi.

Così avevano fatto. Quando mio padre aveva avuto la sua cattedra a Berkeley si erano trasferiti a San Francisco, dove sono nata. In pochi anni, erano diventati una delle coppie di spicco del jet set intellettuale, culturale, artistico e accademico della città. Mia madre aveva avuto un paio di intuizioni fortunate su artisti all’epoca sconosciuti diventati poi famosi in tutto il mondo. Questo aveva lanciato lei, la sua ambizione e la sua galleria a livelli interstellari. Mio padre non ci aveva messo molto a costruirsi una solida carriera universitaria. Pochi anni dopo la mia nascita, la loro coppia era tornata decisamente aperta: di lui era noto l’elenco delle sue giovani amanti, spesso studentesse alla ricerca di una rete di protezione per le loro ambizioni accademiche, oppure amiche di mia madre, frequentatrici più o meno famose della sua galleria. Lei amava collezionare non solo quadri ma anche flirt con giovani artisti decisamente belli e poco dannati in cerca di notorietà che regolarmente dopo un paio di mesi la lasciavano con una lettera sul comodino, una rosa mezza ammuffita sul cuscino e il conto dell’albergo da pagare.

Da questa coppia sono inspiegabilmente nata io.

Non si sono mai occupati davvero di me, questo è chiaro. Essendo fuori casa tutto il giorno e spesso la sera e perfino la notte, io sono stata cresciuta da Lily, una tata di origini navajo che mia madre aveva trovato dopo un numero interminabile di telefonate ad agenzie di collocamento della città. Lily mi preparava il pranzo, mi aiutava a fare i compiti, mi medicava le ginocchia quando cadevo dalla bicicletta, ed era di Lily la spalla su cui mi appoggiavo di notte quando mi risvegliavo dai miei incubi.

I miei facevano spesso e volentieri cene e party a cui partecipavano personalità di spicco dell’establishment della città, personalità della politica, scrittori, artisti, intellettuali, starlette. Fino ai quindici anni non mi era stato permesso partecipare a questi happenings. Restavo confinata nella mia stanza, spegnevo la luce e sentivo il suono di voci e rumori e della risata stridula di mia madre arrivarmi attutito dalle numerose stanze che separavano la mia camera dal salone delle feste.

Poi un giorno di punto in bianco avevano deciso che la loro figlia avrebbe dovuto iniziare ad essere educata a “stare al mondo”. Stare al mondo significava per loro imparare a salutare nel modo giusto la gente giusta, imparare a riconoscere le persone davvero importanti e strategiche per il proprio successo personale, iniziare a curare il mio look, migliorare la mia dizione, affinare il mio gusto, vestirmi in modo più ricercato ed originale, trovarmi un fidanzato europeo che faceva molto chic, inventarmi delle manie un po’ folli – insomma, indossare una maschera ed diventare un personaggio.

Così iniziai a restare con loro durante queste serate.

Il problema è che nel frattempo io ero diventata una adolescente sciatta, brufolosa, sovrappeso e soprattutto incazzata non tanto col mondo, ma proprio con loro due. Che non se ne erano ovviamente mai accorti, visto che in casa era assai raro vederli. I miei amici e compagni di scuola mi invidiavano moltissimo: per loro era fico che io la sera prima avessi mangiato insieme all’attore del momento o che fossi stata invitata nel backstage del concerto del cantante pop in vetta alle classifiche stilate da Billboard. Per me era invece angosciante avere a che fare con tutta questa gente e vivere con la paura e la sensazione di non essere mai abbastanza interessante, bella, cool, istruita, magra, talentuosa.

Diventai un problema per i miei genitori. Come era possibile che da una coppia come la loro fosse nata una tipa come me, a cui non gliene fregava niente di quella scintillante realtà virtuale dove avevano deciso di abitare, di quella stanza degli specchi che era la loro vita?

Presto cercai di sfangare queste serate. Andavo nel bungalow in giardino dove viveva Lily ed insieme a lei passavo le ore a guardare alla tele il dottor Nowzaradan dire ai propri pazienti che erano grassi da fare schifo. Oppure Oprah Winfrey e le sue interminabili interviste. Quando chiedevano ai miei dove fosse la loro figlia, loro dicevano che ero andata a teatro a vedere Il campionato della lotta mondiale di classe di Majakovskij oppure che ero in una fase di rapimento intellettuale per Simone de Beauvoir e l’esistenzialismo francese ed ero in camera mia a leggere libri su libri ascoltando Jacques Brel. In realtà in quel momento io mi stavo domandando per quale ragione Gordon Ramsey fosse sempre perennemente incazzato e mandasse a quel paese dei poveri cristi solo perchè non sapevano fare il filetto alla wellington.

Finché  un giorno ho smesso di mangiare. Se ne accorse ovviamente Lily, che segnalò la faccenda a mia madre una sera che lei era rincasata ad un orario decente. La segnalazione cadde nel nulla, in quel momento il suo problema era che Richard Meier non avesse ancora risposto al suo invito per la serata di inaugurazione della stagione teatrale. Quando smisero di venirmi le mestruazioni, Lily tornò alla carica e questa volta andò da mio padre. Lui trovò il tempo di venire da me, si sedette sulla poltrona accanto alla finestra da cui osservavo dal mio buio senza fondo le luci di navigazione delle barche che di notte attraversavano la baia. “Che sta succedendo?” mi chiese. Avrei voluto rispondere “Chi sei tu che mi chiedi questo? Io non ti conosco.” Ma rimasi zitta. Rimasi zitta finché lui si stancò di restare in attesa di una risposta ed uscì dalla camera con le spalle curve e scuotendo la testa, come se io gli avessi appena fatto un grande torto.

Quando i chili persi divennero più di 15 e qualcuno entrò un giorno in galleria da mia madre dicendole “Ehi, ho intravisto in strada tua figlia l’altro giorno: che ha? Sta male? È magra da far paura” lei all’inizio sfoderò uno dei suoi sorrisi migliori dicendo con tono ironico e mondano che l’esistenzialismo francese poteva avere anche degli effetti collaterali, poi, uscito questo qualcuno dalla galleria, alzò il telefono e con la stessa determinazione con cui aveva trovato Lily riuscì a trovare uno psicologo dal quale io venni spedita il giorno dopo. Venne chiesto a Lily di farmi uscire dall’ingresso sul retro della casa, perchè nessuno vedesse come mi ero ridotta.

Lo psicologo era un uomo e all’inizio la cosa non mi piacque. Poi si rivelò un tipo abbastanza simpatico, ma soprattutto nel giro di tre mesi la situazione gli fu assolutamente chiara. Mi suggerì la possibilità di allontanarmi dalla mia famiglia, andando in un posto dove avrei potuto iniziare un percorso di guarigione. Saltò fuori che nel parco dello Yosemite c’era una tizia a capo di un’associazione che organizzava vacanze di recupero per adolescenti borderline disposta ad accogliermi in tempi rapidi. Io ero molto più che borderline: mi trovavo in alto, in piedi sul parapetto del Golden Gate, indecisa se bucare o meno quell’angolo meraviglioso del Pacifico.

Fatto sta che nel giro di due settimane partii per lo Yosemite. Mi accompagnò mio padre, che guidò in silenzio lungo tutto il viaggio e non ebbe mai un gesto affettuoso nei miei confronti, neanche quando mi depositò davanti al lodge dove avevamo appuntamento con una responsabile dell’associazione. Mi salutò velocemente, poi si voltò e, guardando l’orologio più volte, tornò a gamba tesa verso la macchina. Mi fu chiaro che in quel momento lui e mia madre si erano liberati di un grande peso: me. Ma mentre viaggiavo in macchina accanto a quell’uomo ed al suo silenzio ostile, ricordo che guardavo avvicinarsi la catena montuosa della Sierra Nevada e sentivo dentro di me un senso di grande pace che non avevo mai conosciuto. Una voce dentro di me mi diceva che stavo andando nella direzione giusta, qualunque cosa questo significasse.

Dallo Yosemite non sono più tornata.

Sono diventata una ranger del parco, che è diventato la mia casa. In tutti questi anni i miei genitori sono venuti a trovarmi solo un paio di volte. Con grade imbarazzo, forse vergogna. Ho saputo leggendo i giornali che hanno divorziato. Io ho avuto un paio di storie finite in fretta, senza rimpianti. So che avrei potuto impegnarmi di più per fare andare bene le cose, ma essere la dolce metà di qualcuno non è ancora una mia priorità.

Dalla finestra della mia stanza posso vedere la cima della grande montagna, El Capitan, onorata dalle luci del tramonto. Quando sono arrivata qui, tanti anni fa, la prima cosa che mi spiegarono fu che noi non dobbiamo avere paura di affrontare la nostra Ombra.

La mia era gigantesca. Più del Capitan.

Quel giorno ho deciso che sarei restata qui fino a quando un giorno la punta della mia gigantesca Ombra non fosse stata illuminata dalla luce radente del sole. Ancora non è accaduto, ma quando accadrà saprò di avere davvero inziato un nuovo cammino. Di essere davvero venuta al mondo. E quel giorno festeggerò il mio primo, vero compleanno.

Testo e foto (Yosemite National Park, 2017) ©Maria Cristina Codecasa Conti

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