Autunno Americano #8

Anche quest’anno il mio sarà il Natale dei randagi. Vivo da sola in questa grande città da più di dieci anni, dopo un matrimonio finito male anzi malissimo sono venuta ad abitare in questo micro appartamento insieme al mio gatto Bugsy e ai miei amati libri. Sono due stanze, in una dormo e lavoro, nell’altra cucino e ricevo gli amici attorno al grande tavolo che avevano i miei nonni nella loro casa in campagna. La mia famiglia vive in Europa, vedersi non è facile e non se la passano così bene da potersi permettere ogni anno un viaggio in questa parte del mondo. Il primo Natale da divorziata è stato duro: non avevo voglia di vedere nessuno, ero appena arrivata in un quartiere che non conoscevo e mi sembrava, camminando per la strada, che a tutti fosse visibile il fatto che ero appena stata mollata da mio marito per la mia migliore amica. Un classico, quando riguarda gli altri. Una tragedia, quando succede a te. Di quella sera ricordo solo che il gatto buttò giù da una mensola l’albero natalizio bonsai di plastica fluorescente che avevo preso dai cinesi giù all’angolo dell’isolato e che l’albero cadde esattamente sulla mia testa, già annebbiata da una considerevole dose di un ottimo vino rosso californiano (quelli italiani e francesi all’epoca erano fuori dalla mia portata).

Ma dopo quel Natale, le cose migliorarono. Trovai un buon impiego come segretaria in un grande studio di architettura in centro, mi iscrissi in una palestra vicino a casa, e, soprattutto, iniziai ad andare regolarmente dal parrucchiere. Per una donna questo è sempre un buon segno. Decisi di abbassare le mie difese e di aprirmi al mondo, certa del fatto che c’erano statisticamente poche possibilità che io incontrassi ancora un verme come il mio ex marito ed una strega come la mia ex migliore amica. Fu così, infatti. Feci molte conoscenze, ebbi qualche flirt, incontrai persone che sarebbero diventate amicizie. Amicizie vere. Lasciare entrare il mondo nella mia vita, gettare un ponte levatoio tra me e l’umanità anziché scegliere la strada di un rabbioso isolamento fu una scelta intelligente. Tra le tante cose che imparai, una fu senza dubbio quella che per quanto tu possa pensare di avere esaurito tutte le riserve di sofferenza possibile ed immaginabile trovarai sempre qualcuno che ha sofferto più di te e che può insegnarti a ricominciare.

Tutto iniziò la vigilia di Natale di qualche anno fa: in ufficio una giovane collega mi raccontò piangendo che quel giorno aveva perso il suo vecchio cane con il quale viveva da quando aveva terminato il college. Tornare a casa ed aprire la porta senza vederlo correre da lei per salutarla era qualcosa che le straziava il cuore e l’atmosfera natalizia non poteva che peggiorare le cose. Senza pensarci troppo le dissi “Senti, io sono sola a casa e ho un gatto, Bugsy, che non è il tuo cane ma è un buon ascoltatore: che ne dici se festeggiamo il Natale tutti e tre insieme? Tu porti il vino, io preparo una quiche ed il dolce”. Tra lacrime e risate, fu senz’altro una serata che onorò nel modo più vero il senso delle festività natalizie. Da quella volta, il numero dei commensali alla mia tavola la viglia di Natale iniziò di anno in anno ad aumentare: persone che per svariate avrebbero trascorso la vigilia da sole se io non avessi deciso di inaugurare la tradizione del “Natale dei randagi”. Definizione che a Bugsy piacque molto perchè la trovò anche un gesto di attenzione amorevole per le sue origini.

Ebbene, anche quest’anno il gruppo dei randagi è pronto per i festeggiamenti. Mancano pochi giorni alla vigilia ed i compiti sono già stati assegnati.

La mia collega Jane, che nel frattempo ha adottato un altro cane che per fortuna va d’amore e d’accordo con Bugsy, continua a portare il vino come la prima volta che venne da me.

Bob, che fa l’attore ed il lavoro più decente che è riuscito a trovare quest’anno è stato quello di comparsa nella pubblicità di un colluttorio per i denti, porta il christmas pudding.

Mrs. Sullivan è la mia vicina di casa, ha settant’anni, è una insegnante di matematica in pensione ed è rimasta vedova due anni fa; lei prepara il tacchino e il mashed potatoes.

Kevin è un reduce della guerra in Iraq, dove ha perso una gamba ma non la certezza che l’umanità possa essere meglio di quello che ha visto laggiù; lui è specialista nella preparazione della cranberry sauce.

Mimi è la mia parrucchiera, in cucina è negata quindi è meglio che non porti niente ad eccezione del suo dirompente amore per la vita.

Tom fa lo scrittore, dopo avere passato anni a mandare le bozze dei suoi libri a tutte le case editrici del paese ha deciso che si autoproduce e vende copie a puntate dei suoi romanzi fuori dalle fermate della metropolitana; lui porta un elenco di poesie che ciascuno di noi dovrà leggere a voce alta al momento del caffè.

Antonio è un ragazzo italiano venuto a studiare in America; ci ha assicurato che sa fare delle lasagne alla bolognese buonissime e noi abbiamo deciso di credergli.

Vivian è una musicista, suona nell’orchestra del Teatro dell’Opera; lei si occupa della colonna sonora della serata.

Ed infine Steven, un manager di una grande multinazionale che sta pensando di mollare tutto per andare a vivere su una barca alle Channel Islands; prepara una ottima pumpkin pie ed ha promesso di portarcela prima di mollare gli ormeggi.

Ah, il Natale dei randagi prevede che all’ultimo momento si possa sempre aggiungere qualcuno. Non occorrono grandi preavvisi, non siamo persone molto formali. Non è nemmeno necessario che si porti da bere o da mangiare. Sono invece gradite delle candele, anche piccole, che metteremo sulla tavola, sui davanzali delle finestre, accanto alla ciotola di Bugsy, per dare luce alla nostra serata, ai nostri pensieri ed all’anno che verrà.

Testo e foto (Pumpkins, 2017) ©Maria Cristina Codecasa Conti

PS: Il “Natale dei randagi” non è una mia invenzione letteraria, ma una tradizione creata da una mia carissima amica, alla quale va tutta la mia stima.

Annunci