E’ davvero molto bella la mostra che la Maison Hermès ha organizzato alla Pelota di Milano. “Hermès dietro le quinte” offre la rara possibilità di osservare all’opera gli artigiani dell’azienda: seduti al loro tavolo, circondati dai loro utensili (spesso più belli dell’oggetto finale prodotto), assistiti da un traduttore spiegano le procedure delle loro lavorazioni e rispondono pacatamente alle domande di un pubblico affascinato e curioso. Maneggiano con incredibile sicurezza e grazia i loro strumenti dai nomi misteriosi ed esotici. Con questa mostra Hermès ha voluto mostrare al pubblico cosa si nasconde non solo dietro ad un oggetto di lusso ma soprattutto la magia che si cela dietro alla parola “artigiano”. Restituendo, in questo modo, ai lavori manuali la giusta dignità ed importanza che hanno. Ciò detto, sono uscita dalla mostra entusiasta per ciò che ho potuto vedere ma un po’ ammaccata nel mio italico orgoglio. Perchè, se è vero che non abbiamo nulla da invidiare ai cugini francesi, da loro potremmo e dovremmo imparare qualcosa.

Innanzitutto l’importanza di saper fare lavoro di squadra (cosa in cui non siamo esattamente bravissimi) e quella di valorizzare la nostra storia imprenditoriale e le persone che ci lavorano, il nostro territorio, le nostre imprese. Dovremmo tornare ad avere il coraggio di scommettere sulle nostre eccellenze e di competere sul piano dell’alta qualità.

Non devo essere certo io a ricordare che il settore manifatturiero della moda e del tessile italiano è stato ed è uno dei più importanti del mondo. Distribuiti sul territorio nazionale e organizzati per distretti (caratteristica distintiva del sistema industriale italiano), aziende imprese artigiani hanno lavorato e lavorano ad altissimi livelli di competenza e professionalità. Molte di queste aziende sono state duramente colpite dalla crisi economica, ma molte altre hanno saputo affrontarla e sfruttarla per rilanciare la propria attività imprenditoriale in termini di innovazione e prodotto, puntando sulle uniche due parole possibili: qualità ed eccellenza. Sarebbe bello che delle mostre analoghe a quella organizzata da Hermès venissero fatte più spesso dalle istituzioni locali (o anche dalle aziende, perchè no?) per raccontare questa eccellenza che ha mani, nomi e storie di uomini e donne grazie ai quali è stato possibile costruire negli anni il prestigio di quello che tutto il mondo ci riconosce ed ammira: il Made in Italy. A Milano, che del Made in Italy è stata la capitale, non esiste ancora un “museo della moda” (e a fatica sono riusciti a fare un museo del design). Al momento, Giorgio Armani è l’unico dei grandi stilisti ed imprenditori italiani che abbia dato alla città un contributo importante sulla storia della moda con il suo Silos: chapeau.

Osserviamo pieni di giusta ammirazione gli artigiani di Hermès confezionare una cravatta o la iconica Kelly, ma i titolari delle aziende manifatturiere italiane che conosco mi raccontano spesso della difficoltà di trovare giovani disposti a fare lavori manuali analoghi (cucire, tagliare, stirare, intagliare, etc.). In questo modo, sta andando disperdendosi una tradizione di artigianalità importantissima per la nostra economia: non c’è ricambio generazionale. Analogamente, oggi è molto difficile trovare il titolare di un negozio di abbigliamento che abbia davvero una professionalità adeguata (competenza, conoscenza dei materiali, serietà). Tutti si lamentano della fatica che si fa a vendere, ma la verità è che la stragrande maggioranza dei negozianti punta a ricavi altissimi con prodotti di qualità media se non scadente. In tempi difficili come quelli che si stanno attraversando, questo atteggiamento rischia di trasformarsi in un doloroso boomerang. Il risultato di tutto ciò è che i consumatori non sono più in grado di riconoscere la qualità, quella vera. Questo è un settore professionale tutt’altro che facile e superficiale, che richiede serietà, impegno, preparazione. Quando mi imbatto in sedicenti fashion blogger ai/alle quali basta postare un selfie su Instagram con una maglietta griffata per ritenersi “professionisti del settore”, penso a quello che mi raccontò anni fa Marisa Zanetti, titolare di Callaghan, una delle grandi aziende del Made in Italy, quando mi regalò un libro su Gianni Versace. Prima di diventare famoso, Versace aveva fatto una lunghissima gavetta nella sua azienda, dove era entrato a 26 anni. Lavorava instancabilmente e, soprattutto, lavorava con tutti, con umiltà, desideroso ed entusiasta di imparare ciò che serviva per il suo lavoro. “Gianni coinvolgeva, emozionava, comunicava, trascinava, aveva la fresca curiosità di un bambino quando scopre cose nuove, la forza di un gigante gentile quando le chiedeva, l’entusiasmo di un eroe quando le raggiungeva. Simpatico, autoironico e pronto a dire, davanti a un’incertezza in sala prova, ‘Ragazzi dobbiamo andare tutti in discoteca a rinfrescarci le idee’. Conosceva i dipendenti per nome e da loro riusciva a ottenere tutto. Si sedeva accanto alle macchine da cucire, sperimentava impunture, rifiniture, sempre con infantile entusiasmo. (…) Era un grande lavoratore, non si negava mai.” Così racconta Marisa.

Ecco, credo che si debba ripartire da qui. Col giusto orgoglio, senza false modestie.

©Maria Cristina Codecasa Conti

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