Esilio | Autunno Americano #021

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New England, 2018 (c) Maria Cristina Codecasa Conti

Dicono che lasciò il villaggio all’alba nel cuore dell’autunno, portando con sé poche cose. Dicono che chiuse la porta alle sue spalle e nascose la chiave dentro il vaso delle ortensie, come se dovesse tornare. Ma nessuno tornò e quella casa rimase vuota fino a quando la Compagnia decise di demolirla insieme ad altre abitazioni adiacenti per potere ampliare il porto ed accogliere i mercantili che arrivavano dalle Indie.

Racconta qualcuno di averla vista camminare da sola diretta alla grande strada provinciale che porta a nord, ma questa è una delle tante voci che si rincorrono. Tutti siamo invisibili fino al giorno in cui decidiamo di diventarlo davvero, ed è allora che tutti sembrano improvvisamente vederci.

Certo è che non tornò più nel villaggio, e nemmeno nella contea e mai più si seppe nulla di lei. Rimasero il ricordo, la sua storia e il suo mistero.
Anna Jane McCain aveva ventidue anni quando se ne andò. Minuta, lunghi capelli rossi sempre raccolti in una treccia, uno sguardo grigio e severo. Faceva la maestra nella scuola del nostro villaggio e viveva col padre, un pescatore. Erano brave persone. La madre era morta quando lei aveva pochi mesi, stroncata da una polmonite, il padre non aveva mai voluto rifarsi una vita con un’altra donna. Si era dedicato alla sua unica figlia, non le aveva fatto mancare niente e, fino a quando non ebbe compiuto la maggiore età, nei lunghi mesi in cui abitava il mare la affidava ad una delle sue sorelle, anche lei vedova.

Anna Jane era cresciuta aspettando che suo padre tornasse, sano e salvo. Era cresciuta scrutando l’orizzonte grigio come i suoi occhi in silenzio, in fondo al molo davanti alla baracca dove venivano riparate le reti da pesca o dalla finestra della sua casa, mentre rammendava gli abiti che le donne del villaggio le davano ogni domenica, dopo la messa. Sapevano tutte quanto brava e precisa fosse Anna Jane nel cucito. Non si sa se qualche giovane uomo della comunità abbia mai mostrato simpatia nei suoi confronti. Certo è che Anna Jane nulla faceva per incoraggiare un corteggiamento: chiusa nel suo rigore e nel suo silenzio, viveva i suoi giorni nell’attesa, nella speranza, nella paura.

C’era anche la gioia, immensa,  quando all’orizzonte spuntavano le vele dei pescherecci e gli uomini iniziavano a gridare a gran voce i nomi dei compagni che di lì a poco sarebbero attraccati con le stive piene di carne di balena. E il padre, per qualche giorno, si sarebbe seduto con lei davanti alla stufa, raccontando le sue avventure e i pericoli e quanto è difficile e doloroso uccidere un animale nobile come la balena. Gli avrebbe lavato gli abiti, rammendato le maglie, lo avrebbe aiutato a riparare le reti da pesca, lo avrebbe guardato martellare il ferro incandescente degli uncini e degli ami, gli avrebbe passato i chiodi per fissare le fasce delle botti, avrebbe pregato insieme a lui per la buonanima della madre ed avrebbe ringraziato silenziosamente il cielo dentro di sé per quelle ore trascorse accanto a lui.


Un giorno il padre non tornò più. Alcuni raccontano che su nei mari del nord il peschereccio affondò schiantandosi su un iceberg durante una tempesta, altri sostengono che fu una balena a squarciare lo scafo. Nessuno dell’equipaggio si salvò. Anna Jane continuò a lungo a fissare l’orizzonte, da sola, avvolta nella suo scialle, sulla banchina davanti alla baracca dove aiutava il padre a riparare le reti. Continuò a osservare l’orizzonte fino a che si rese conto che mai più, nella sua vita, avrebbe potuto sostenere ancora la vista del mare. In fondo al quale, da qualche parte, sballottato dalle correnti marine, si era spento il sorriso di suo padre. E senza salutare nessuno, senza lasciare alcuna memoria di sè, se ne andò.

Trascorsero molti anni, di Anna Jane al villaggio non si parlò più. O forse in molti preferirono dimenticare la tristezza dei suoi occhi.

Poi un giorno alla locanda del villaggio arrivò un forestiero. Era un cacciatore, proveniva dalle praterie assolate dell’ovest. Raccontò agli avventori ed ai curiosi che un giorno, durante una battuta di caccia, era rimasto gravemente ferito da un bisonte e aveva perso i sensi. Era da solo, ai margini di un bosco. Dopo un lungo tempo indefinito si era svegliato sul pagliericcio all’interno di un tipi indiano e si era spaventato, disse, vedendo una donna dallo sguardo severo e con una lunga treccia rossa seduta accanto a lui che pregava in silenzio parole che rimbombavano sulle pareti della tenda dando allo spazio una concretezza di cui lui mai aveva avuto percezione. Un cane riposava accanto al fuoco.

Seppe che era stata lei a salvarlo, lo aveva trovato agonizzante lungo la strada che ogni giorno faceva per andare a raccogliere la legna e per raggiungere il dosso della montagna su cui a lungo rimaneva per accompagnare con il suo sguardo il sole che tramontava. L’età di questa donna, disse il cacciatore, era indefinibile. Quando si fu ripreso, le chiese cosa poteva fare per sdebitarsi. Lei non volle niente: nè cibo, nè denaro, nè promesse. Disse solo: “Per me era importante riuscire a salvare qualcuno”. Il cacciatore le chiese inutilmente e più volte il suo nome. Poi le domandò se non aveva paura a vivere da sola, in mezzo a quel bosco. “Ti sbagli – rispose – io non sono sola. E’ un luogo davvero affollato, il bosco”.

Al momento di salutarlo, la donna gli regalò un dente di balena. “Tienilo sempre vicino al cuore, ti porterà fortuna”.

Alla locanda restarono tutti in silenzio. Nessuno fece commenti. Il cacciatore finì di mangiare la sua zuppa e chiese all’oste se aveva una camera per la notte.

Tornando a casa, nel silenzio dell’autunno ormai alle porte, molti pensarono che quella donna che lo aveva salvato non poteva che essere Anna Jane. Ma nessuno osò pronunciare il suo nome. E fu in quel momento che accadde una cosa strana. Per un lungo interminabile minuto, le nubi si aprirono sull’orizzonte del mare ed un raggio verde apparve nitido e potente. Tutti lo videro. E pensarono che dalle profondità del mare fosse riemerso, per un istante, l’orgoglio del padre di Anna Jane per la sua unica figlia.

Foto  e testo (c)  Maria Cristina Codecasa Conti

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