Letti e piaciuti: Mirella Borgocroce, Il ragazzo fortissimo (Sonzogno Editore)

 

“Il dubbio è la sola cosa in grado di distruggere il miracolo” 
Mirella Borgocroce 

Prima di scrivere questa recensione, sono andata su internet a cercarmi delle foto di Blue Niagara, la tastierista del gruppo Pale Tv, una band della prima new wave italiana originaria di Parma. Ci sono foto molto belle del gruppo e di Blue Niagara, tante in bianco e nero. C’è questa giovane donna, bella e molto seria, che suona insieme ai suoi compagni, ed è sempre vestita bene, elegante – una rocker di classe. Ha uno sguardo fiero, profondo, punta gli occhi senza paura verso l’obiettivo del fotografo, il che non significa che non sia timida, che non sia riservata, che non abbia dei dubbi, che non si trovi, proprio lì, in quelle foto, nel bel mezzo di una tormenta. “Non riuscivo neppure a decidere se davvero volessi sposarmi, assumermi le responsabilità di qualcuno che non fossi io. Mi sembrava che già prendermi carico della mia persona fosse un peso considerevole”.
Ritrovo questa giovane donna trent’anni dopo tra le pagine del suo libro, “Il ragazzo fortissimo” (Sonzogno Editore) e ora so il suo vero nome: Mirella Borgocroce. Quello di Mirella è un libro da maneggiare con cura, da sfogliare con delicatezza, leggere nella penombra, al riparo. Non solo perchè racconta la storia di Rocco, suo figlio, e della sua malattia, un osteosarcoma, ma perchè è un libro che racconta un percorso di cura e di guarigione non solo dal cancro, ma di se stessi. La malattia, ci dice Borgocroce e io ne sono profondamente convinta, è o può essere una grande occasione di rinascita, di superamento dei propri limiti: “Gli insegnamenti buddisti spiegano che ciò che si manifesta nel nostro ambiente è solo lo specchio del nostro karma, il principio che regola i rapporti tra il pensiero, la parola e l’azione dell’uomo e che lo conduce a un evento corrispondente. L’ambiente è dunque il riflesso di qualcosa che abbiamo prodotto con le nostre azioni, e che può essere trasformato, in questa vita, per raggiungere uno scopo più elevato. Solo noi possiamo operare questo cambiamento, alleggerire la nostra retribuzione, cambiare per sempre il percorso lungo il quale ci eravamo incamminati. Niente può obbligarci a fare scelte differenti, nessuna malattia può ostacolarci, nessun potere può impedircelo”.
La malattia, nonostante o forse proprio per la sofferenza e le questioni che questa sofferenza si porta appresso, ci può fornire degli strumenti e delle indicazioni per un percorso di trasformazione esistenziale e spirituale radicale. Scrive Borgocroce: “In definitiva, è del tutto secondario trovare una risposta al perchè il cancro abbia ferito mio figlio. Prima devo domandarmi cosa farne, di questa esperienza, capire come trasformarla in un’opportunità che ci conduca verso una felicità indipendente da eventi esterni. (…) La malattia risveglia lo spirito di ricerca della via, la via dell’illuminazione. Noi genitori dobbiamo essere all’altezza di nostro figlio e del suo spirito combattivo”.
Quando si è stati gravemente malati, non si è e non si può essere più ciò che eravamo prima che la malattia entrasse nella nostra vita: è questa una constatazione che non deve essere interpretata in senso luttuoso (che poi, a dire il vero, anche il lutto è un momento di elaborazione e trasformazione) ma che va vista nel cuore del senso totalmente positivo che porta con sé. Credo che non ci sia di peggio, quando si vive la condizione di pazienti su di un letto di ospedale, che sentirsi continuamente dire “Stai tranquillo, vedrai che tutto tornerà come prima” oppure “Vedrai che riprenderai la tua vita di sempre”. No, non potrà più essere tutto come prima. No, non potrò più essere quello di prima. E no, non potrà più essere la mia vita di sempre: sarà una vita diversa, una vita nuova, una vita inaspettata, una vita difficile magari  o faticosa o acciaccata – ma non uguale a quella di prima. In questo doloroso percorso di rinascita e trasformazione, Borgocroce, buddista, è sostenuta dalla fede e dalla preghiera. “A darmi forza non ho altro che le mie preghiere, e così lascio che fluiscano insieme alle stille di metotrexato: che si intreccino come raggi guaritori, che permeino ogni cellula impazzita con il loro potere mistico. Nel mio cuore, quella flebo interminabile è diventata una luce che scandaglia il corpo di Rocco risanandolo”. E ancora: “Sprofondata in un’afflizione muta, mi domando cosa posso fare per rendere certa una guarigione che la scienza non è in grado di garantire. Quale fortuna ti assegna, nella statistica, il posto dalla parte della sopravvivenza piuttosto che da quella del fallimento? Quale segreto? La preghiera”.
E’ certo che la fede, in senso stretto, è una grazia, un dono. Ma anche in assenza di una fede riconosciuta e sostenuta dalla consuetudine della preghiera, è impossibile per l’essere umano rinunciare alla speranza od alla certezza di ritenere possibile l’impossibile: è questa a mio giudizio la dimensione spirituale cui tutti siamo richiamati, sia pure nel mezzo di un bosco o seduti all’interno di una cattedrale. Una dimensione di trascendenza che fatichiamo a ritrovare nel nostro quotidiano, gli occhi troppo a lungo abituati a guardare a distanza ravvicinata lo schermo del nostro smartphone per potere più agilmente mettere a fuoco distanze più grandi, orizzonti più lontani. E di questo esercizio di rieducazione alla trascendenza il libro di Mirella Borgocroce è guida importante: “Ci vuole cuore. Ci vuole fede. Ma devo rinunciare per sempre ai criteri che hanno governato la mia vita fino a oggi. Rinunciare ai miei attaccamenti che bloccano il fluire incessante della vita”.
“Al settimo piano, in pediatria oncologica, devi entrare col passo danzante”. Siamo all’Istituto dei tumori di Milano. I luoghi della cura sono importanti, e non solo per i macchinari, le medicine, la tecnologia diffusa ed aggiornata. Sono importanti gli spazi, i colori, la luce che entra dalle finestre, gli odori, i disegni dei bambini appesi alle pareti, gli alberi là fuori che ci raccontano che le stagioni stanno cambiando, la vita che ci ricorda che dobbiamo andare avanti. Sono importanti le persone: i medici, certo, ma non solo. “Credo che a quei medici sorridere costi uno sforzo enorme; credo che si esercitino a casa davanti allo specchio, e che seguano sempre i consigli degli psicologi, ma che a volte venga loro il dubbio di sbagliare. Non sbagliano: è prezioso, quel sorriso, e vale molto più delle loro parole”. Non valgono forse queste parole anche per gli infermieri, gli addetti alle pulizie, i volontari e  gli altri pazienti, con cui ci si ritrova a condividere,  nello stesso luogo, storie, percorsi, paure, speranza? Quella, soprattutto – e sempre. Non è forse un sorriso, un abbraccio, una parola il dono che possiamo elargire e scambiare con chi, come noi e con ruoli diversi, sta affrontando una malattia? Non è forse l’attitudine all’ascolto profondo dell’altro quello di cui non dobbiamo mai dimenticarci nella malattia, certo, ma anche nel nostro quotidiano?  “Il dolore che sto attraversando non è una scusa sufficiente a ignorare quello degli altri. Chiudermi nell’isolamento, riconoscendo solo la mia afflizione, sarebbe l’illusione più grande, il dato più lontano dalla realtà. Devo aprirmi al mondo, camminare nel mondo, riconoscere negli occhi del mio prossimo quanto ci rende fratelli”.
Torno a guardare le foto di Blue Niagara e del suo gruppo e penso a quello che ognuno di noi prova quando riguarda le foto della propria giovinezza o della propria infanzia: quanto siamo cambiati? Ma soprattutto, come siamo cambiati? Che cosa ci ha fatto cambiare? Quando suonava insieme al suo gruppo, Mirella Borgocroce non poteva ancora sapere (e chi di noi lo sa?) quali prove nella vita avrebbe dovuto affrontare, ma forse in lei già c’era la consapevolezza, che io condivido, del fatto che se il destino ci mette di fronte a delle prove, anche toste, vuol dire che siamo in grado di affrontarle. Per questo non le dobbiamo sfuggire, rimuovere o nascondere, ma affrontarle, decidendo, giorno per giorno, quale potere alchemico attribuire loro nel nostro processo di cambiamento.
È un libro triste? Dipende da cosa si intende per libro triste. Un libro triste è per me un libro inutile, un libro, cioè, che non lascia tracce nel mio cuore, che non mi insegna niente (e non deve essere per forza un saggio noioso: basti pensare alla potenza delle fiabe). Qui si parla di cancro, certo, parola che a molti fa paura, ed è umano, è comprensibile. Su questo punto però vorrei dire due cose. La prima, è che oggi di cancro si può guarire e che per potere guarire bisogna innanzitutto fare la prevenzione: quindi, bisogna vincere la paura e seguire un programma di controlli basato sulla propria età, stile di vita ed anamnesi familiare che ci metta nelle condizioni di poterci curare. La seconda, è che la parola cancro evoca in sé il tema della nostra impermanenza, questione sulla quale, soprattutto nella parte del mondo in cui viviamo, fatichiamo a confrontarci. Eppure, la necessità di questo confronto ha molto a che vedere con l’importanza di recuperare il senso del sacro, della sacralità della vita.
La vita, ci insegna Mirella Borgocroce col suo bellissimo libro, va vissuta, goduta e onorata proprio perché non è eterna: “L’attimo in cui viviamo qui e ora è l’unico lasso di tempo in cui possiamo agire e dove ci giochiamo tutto. Solo nel presente la forza della nostra determinazione è capace di trasformare all’istante sia il passato, sia il futuro, illuminandoli di nuovi significati. L’eternità è composta da attimi, in ognuno dei quali si condensa tutta l’esistenza. L’adesso è l’unico momento giusto per darsi da fare”.

© Maria Cristina Codecasa Conti