Opulenza | Autunno Americano #020

Il vestito mi sta d’incanto, come sempre. È merito di Valentino, che me lo ha portato di persona dall’Italia, sul nostro jet privato. Voleva essere presente quando lo indossavo, l’occasione è una di quelle importanti, storiche. Mio marito è stato eletto governatore dello Stato del Connecticut. Dare gli ultimi ritocchi assistito dalla sua première di fiducia, sistemare il fiocco alla base di questa meravigliosa scollatura sulla schiena, scegliere insieme a me i gioielli più adatti: Valentino non è solo un grandissimo couturier, è anche un amico. Era suo l’abito del mio matrimonio. Sono passati quasi dieci anni. Due terzi del mio guardaroba lo ha creato lui.

Fa freddo in questa stanza, dovevo raccomandare di tenere più alto il riscaldamento, anche se non siamo ancora nel pieno dell’inverno. Da giorni soffia un vento fortissimo da nord, dicono che arriverà una tempesta, oggi i pescherecci non sono usciti in mare. Al piano terra, nel salone d’onore, la servitù sta sistemando i fiori nei grandi vasi di cristallo che arrivano dalla Boemia, l’argenteria è stata lucidata, gli arazzi della sala da biliardo sembrano appena usciti dai grandi laboratori di tessitura fiamminghi e nel camino di marmo brucia la legna dei nostri boschi. Nella cucina, le batterie in rame aspettano con pazienza sul fuoco della stufa di ghisa il pesce del nostro oceano, le verdure, la cacciagione, la pasta fatta a mano dalla cuoca italiana, mentre nel forno lievitano le torte del nostro pasticcere francese ed i vini più pregiati di tutta l’Europa sono già allineati sui tavoli di servizio, pronti per essere versati ai nostri ospiti. Questa sera, il gotha dell’America che conta, politica ed economica, sarà qui, in questa magione.

Tutto è perfetto, come sempre. E di questa perfezione, di questa impeccabile organizzazione, di questa grande rappresentazione, l’artefice sono io.

È questa una delle ragioni per cui mio marito mi ha sposata. È stato importante anche il fatto che fossi di bella presenza, riservata, ben istruita, che sapessi parlare le lingue straniere e apparecchiare una tavola di rappresentanza, governare la servitù. Nella scelta sua e della sua famiglia è stato ritenuto importante che io sapessi indossare con eleganza anche una semplice camicia bianca, che fossi senza burrascosi trascorsi sentimentali e men che meno sessuali, ben predisposta alla maternità, ben introdotta nell’alta società e, naturalmente, molto ricca. Aveva disperatamente bisogno di un alleato sicuro nella sua lunga maratona politica e non c’è alleato migliore di una moglie con un buon pedigree, un solido patrimonio in banca e pochi grilli per la testa.

Non escludo che fosse anche innamorato, onestamente non era un problema che mi ero posta: all’epoca, come a tante altre ragazze come me, mi bastava solo avere la possibilità di andarmene da casa, allontanarmi dalla sfrenata ambizione paterna e dalla cupa depressione di mia madre. Non mi ero fatta troppe domande, lo ammetto. Il tempo delle domande non era ancora arrivato. Ci sarebbero voluti ancora molti anni.

Questa sera mi sono truccata poco e non ho voluto che il parrucchiere mi pettinasse: ho fatto un piccolo chignon, l’ho decorato con una gardenia della nostra serra. Ho messo anche pochi gioielli, l’abito è talmente bello che non ha bisogno di nient’altro, ha ragione Valentino, come sempre. Questo abito, rosso come il sangue dei tori alla fine della corrida, è forse il primo che mi rappresenta davvero, il primo che racconta bene quello che sono, ora. Chi sono diventata. Le scarpe sono di Ferragamo, c’è anche il calco del mio piede nel suo atelier con le grandi volte di mattoni, a Firenze. Amo gli italiani, amo la moda Italiana. E loro amano me, la mia praticità americana, l’assenza di fronzoli. Per questo è facile per me indossare i loro abiti.

Gli ospiti inizieranno ad arrivare tra poco, verso le otto. Vorrei tanto fumarmi una sigaretta, qui fuori, nella loggia, ma mio marito non vuole. Se ne accorgerebbe subito, mi lancerebbe uno di quei suoi sguardi da inquisitore che rivolge agli avversari politici, quando vuole spingerli nell’angolo del ring. Non vuole che sua moglie puzzi di fumo, così come non vuole che sua moglie stia troppo con i nostri figli, che sua moglie lavori, nè che legga libri complicati, di quelli che le potrebbero mettere in testa strane idee. Proprio lui, il grande leader illuminato e libertario che da domani governerà il nostro Stato. Non vuole che sua moglie esca spesso a cena con le sue amiche, quelle che le sono rimaste: potrei fare confidenze inopportune, rivelare le sue umane debolezze, insidiare il personaggio che con così tanta lungimiranza ed intelligenza si è costruito in tutti questi anni. Non vuole che sua moglie si intrattenga a lungo a conversare con gli uomini, neanche se questi sono il Presidente degli Stati Uniti o il pastore della chiesa. Mio marito ha la stessa indole di un domatore, di un addestratore di cavalli, sua moglie in fondo non è stata altro che una bestiolina da domare, non c’è stata curiosità in lui per questa creatura, non c’è stato il desiderio di oltrepassare il confine dell’apparenza, scoprire cosa ci fosse dietro la mia educazione.

Mi trovo spesso a camminare da sola su e giù per questi scaloni in questo gigantesco palazzo di cui sono la regina infelice, sistemando inezie, aggiustando la posizione di una cornice, spianando le pieghe di un cuscino, concordando il menù della settimana con il maggiordomo, controllando la pulizia delle porcellane nella credenza. Io e i miei figli avremmo tanto desiderato avere in casa degli animali, cani e gatti, ma mio marito non lo ha mai permesso. Gli animali abitano questa magione solo nei grandi quadri alle pareti o come cadaveri nei nostri piatti. Gli altri piccoli animali, i miei bambini, da tre mesi si trovano in un collegio in Svizzera. Per me è stato un dolore atroce lasciarli andare, ma il tempo in cui alle donne ed alle madri, per quanto ricche, sia concessa la piena potestà dei propri figli deve ancora venire. Negli anni, dopo il matrimonio, ho iniziato a capire che da questo grande palazzo è bandito tutto ciò che ha a che fare con l’istinto e quindi con la vita. Nessuno può essere se stesso, nessuno può sbagliare, nessuno può esprimere rabbia gioia dolore, le lacrime sono per i deboli e la servitù. Visti da fuori, siamo una famiglia invidiata ed invidiabile. Visti da fuori, siamo l’immagine della perfezione, dell’America wasp per eccellenza, dell’alta borghesia illuminata della east cost, quella destinata a guidare l’America nella sua folle corsa alla guida del mondo. Ma io, regina silenziosa di un palazzo dove niente corrisponde al mio gusto e quindi alla mia sensibilità, non sono mai stata libera di prepararmi un sandwich a mezzanotte con gli avanzi nel frigorifero, di costruire castelli di sabbia coi miei figli sulle dune davanti al mare, di ridere senza ragione di una battuta ascoltata alla televisione, di farmi scompigliare i capelli dal vento senza preoccuparmi di ciò che potrebbe pensare la gente.

Io dovevo essere la moglie del Governatore. Questo doveva essere il mio ruolo. Come mi disse mio padre mentre mi accompagnava all’altare, io ero nata per questo. Non ho mai potuto togliere la fede al dito, ma ho smesso presto di portare l’anello di fidanzamento. È di Tiffany, me lo diede mio marito a New York quando venne a trovarmi prima di partire per una campagna di raccolta di fondi elettorali in Europa. È un anello che non ho mai amato, un brillante enorme che non simboleggia un sigillo d’amore ma un patto di potere. Oggi faccio ancora più fatica a portare la fede, ora che so del suo tradimento, ora che ho scoperto dove trascorre i lunghi fine settimana di lavoro, ora che un senso di inutilità ed umiliazione ha iniziato a farsi strada dentro il mio cuore. E rabbia, tanta rabbia. Ho commesso l’errore di credere che dove non ci poteva essere un amore che in fondo non avevo mai nemmeno io provato, avrebbe dovuto esserci almeno il rispetto, quello dei ruoli, quello tra soci, quello tra colleghi che condividono un progetto, tra operai che lavorano allo stesso cantiere, tra giocatori di una stessa squadra, vincente.

Mi sto guardando allo specchio, vedo una giovane donna di bell’aspetto, elegantissima non per suo merito, pronta a fare, ancora una volta, il suo dovere di moglie. Ma è lo sguardo che tradisce questa perfezione, sono i miei occhi tristi, le pieghe amare agli angoli della bocca, la nostalgia di una foresta che non ho mai davvero abitato, che dovrebbero mettere in allarme chi mi spiasse ora dalla porta socchiusa della mia stanza.

Tra poco devo scendere e preparami ad accogliere i primi ospiti. La forza del vento ora sembra aumentata. Non mi stanco mai di osservare il mare, non c’è argenteria, broccato, tiara di diamanti, marmo di Candoglia che possa competere con la bellezza assoluta di questo orizzonte. È questo, il vero lusso. Un orizzonte infinito, uno spazio da esplorare, un silenzio in cui misurare i propri passi e le proprie paure, un foglio bianco su cui ricominciare a scrivere sempre una nuova storia. Il resto sono credenze, illusioni, piccole dorate prigioni in cui ci fingiamo felici. Ma non basta, non può bastare. Ho impiegato dieci anni per poterlo davvero capire.

La verità è che mio marito non è riuscito ad addomesticarmi. La verità è che la ricchezza non può riempire tutti i vuoti: esistono spazi dell’anima dove devono potere correre liberi i nostri sogni, germogliare le nostre ghiande, respirare i nostri desideri. Non do colpe a nessuno. Delle nostre infelicità siamo sempre i diretti responsabili. Non coltivo rancore, sarebbe come avere sempre addosso una zavorra che non ti consente di mollare gli ormeggi e salpare. La verità è che un giorno, improvvisamente, vedi. Vedi davvero. Chi ti sta accanto, la tua immagine riflessa nello specchio, la tua vita. Il tuo cuore sembra battere per la prima volta, davvero. È allora che devi scegliere a chi essere davvero fedele. A me è successo quando ho lasciato i miei figli a Ginevra, quando sono stata costretta ad allontanarmi dal mio stesso cuore, quando non ho più potuto incrociare i loro sguardi in queste enormi stanze piene di ricchezza ma senza anima, dove io sono un soprammobile in mezzo a tutti gli altri, e forse nemmeno dei più pregiati.

Questa notte, quando il ricevimento sarà terminato, quando il Presidente avrà fumato il suo ultimo sigaro e se ne sarà andato, quando mio marito si sarà ritirato nelle sue stanze e i fuochi della cucina saranno stati spenti, quando l’ultima delle candele sui grandi candelabri d’argento si sarà consumata, io me ne andrò. In silenzio, con il mio abito rosso Valentino, la mia gardenia tra i capelli, le mie belle scarpe italiane. Attraverserò il giardino fino al cancello che dà sul mare, inciamperò nei giochi abbandonati dei miei bambini, si scompiglieranno i miei capelli e le lacrime rovineranno il mio trucco, camminerò per un paio di chilometri lungo il sentiero che costeggia l’oceano, saluterò dentro di me le persone che in questi anni mi hanno servito con devozione e silenzio e che forse hanno più di altri saputo vedere e capire, arriverò fino al grande parcheggio destinato ai pullman dei turisti dove mi aspetta una macchina guidata dal fidanzato di una delle mie cameriere su cui salirò senza voltarmi.

Voglio andare in Svizzera, a riprendermi i miei bambini.

Voglio camminare insieme a loro in mezzo ai boschi, mangiare un gelato all’ombra di un campanile, inventare insieme le favole prima di addormentarci.

Voglio leggere, studiare, pensare. Capire.

Voglio scoprire cosa significa amare davvero.

Voglio essere libera.

Voglio essere me stessa, per la prima volta.

E per sempre.

Testo e foto (c) Maria Cristina Codecasa Conti

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