Piccola storia di una Guardia Tiratrice | Autunno Americano #017

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America West, 2017 ©Maria Cristina Codecasa Conti

 

A Marta

Il nostro primo insegnante è il nostro cuore.

Proverbio Cheyenne

Ciao ragazza pallida. Che ci fa una come te in questo quartiere, a quest’ora del mattino? Io sono Michael Hototo, ho dodici anni che sono diciotto, vivo in questa casa rosa che suda lacrime che nessuno asciuga insieme a mia madre, un padre che non conosco e il mio cane Ginger. Sono un nativo americano, figlio di nativi americani, nipote e pronipote di nativi americani: il termine gentile che i bianchi hanno trovato per definire la nostra gente che un tempo abitava questa terra. La sua terra. A dieci anni mi sono rasato completamente la testa e ho lasciato crescere questa lunga cresta nera che tu hai guardato sorridendo, perché così si pettinavano i nostri antenati guerrieri e io che ho dodici anni che sono diciotto mi sento già un guerriero.

Devo essere un guerriero, così ha deciso la vita per me.

Sono sicuro che quando mi hai visto hai pensato come mai a quest’ora un ragazzino come me non è a scuola, seduto al suo banco, davanti ad una lavagna luminosa, allo schermo di un computer. Io non vado a scuola, ragazza pallida, non più. Ho smesso quando mia madre mi ha detto che avrei dovuto andare ad aiutare il padre che non conosco nel suo lavoro. Lui fa il camionista, lavora per i bianchi giù nella grande valle dove coltivano le fragole e si ritiene un uomo fortunato perché viaggia molto, ma soprattutto perché sta spesso fuori dalla riserva e può ubriacarsi liberamente. Ho capito che mia madre vuole solo che io controlli che lui non beva troppo ma soprattutto che non vada con altre donne. Questo padre che non conosco è un bianco, si chiama Luk, viene dal Minnesota e sta in casa nostra da un paio di anni. Ha conosciuto mia madre in un locale dove fanno il karaoke e dopo una settimana lei gli ha chiesto di venire a vivere a casa nostra perchè suo figlio aveva bisogno di un padre. In realtà io di un padre non sentivo alcun bisogno, perché non l’ho mai avuto e non si può sentire il bisogno di qualcosa che non si conosce.

A scuola andavo volentieri e mi piaceva moltissimo. Ero molto bravo in storia, mi piaceva leggere. Anche gli insegnanti dicevano che ero bravo e quando mia madre ha deciso che non dovevo andarci più per seguire il padre che non conosco nel suo lavoro e nei suoi lunghi pomeriggi al bancone del bar a ordinare tequila, i professori sono venuti a casa nostra insieme agli assistenti sociali per parlarle. Lei ha iniziato a dire che non avevano nessun diritto di insegnarle come crescere suo figlio, che non avevano nessun diritto di dire a noi nativi come dovevamo crescere i nostri figli e che ero abbastanza grande ormai per aiutare la famiglia.

La scuola a Michael Hototo non serve più”, ha detto, “quello che doveva imparare l’ha imparato, leggere e scrivere, e questo basta”. Poi ha citato suo fratello che lavora al casinò della riserva e ha solo la licenza elementare e “Adesso è un pezzo grosso del casino, mica un disoccupato con un diploma e senza alcuna speranza di potere andare al college”. Ma io so che il fratello di mia madre non è felice. Lui disegnava benissimo, tutti gli dicevano “Hai un grande talento, Jan Hok’ee” e invece ora passa le notti a distribuire fiches ai tavoli del casinò e forse avrebbe solo voglia di disegnare l’umanità stanca attorno a lui, quell’umanità che passa ore a fumare tabacco di scarsa qualità fissando un punto lontano sugli schermi delle slot machine. Cercando di dimenticare qualcosa, o qualcuno. E io penso sia terribile avere un grande dono tra le mani come Jan Hok’ee e lasciarselo sfuggire via per la paura.

Se non seguo il padre che non conosco sul suo camion, di solito devo inventarmi altri modi per passare la giornata. E guadagnarmi qualche soldo. A casa non voglio stare, si respirano troppa tristezza e rassegnazione. Mia madre vede tutto nero, si lamenta in continuazione. Dice che avrebbe voluto tanto una figlia femmina. Dice che le femmine per le madri sono meglio, che le femmine sono una garanzia per la vecchiaia. Vado in giro a cercare qualche lavoro da fare. Consegno i pacchi a domicilio per Ted il droghiere, aiuto Paco a lavare le macchine all’autolavaggio, porto in giro il cane della signora Candrall da cui mia madre va a fare le pulizie. Oppure vado in biblioteca a leggere dei libri. All’inizio tutti mi guardavano storto, la mia cresta da mohicano con i capelli che arrivano a metà della schiena non passa inosservata. Nemmeno la mia canottiera con i Guns and Roses e le collane con le ossa d’aquila che porto al collo. Insomma, ho l’aspetto di un delinquente. In fondo lo hai pensato anche tu, ragazza pallida. La direttrice della biblioteca, la signora Sullivan, mi ha preso subito in simpatia, ha visto che leggere mi piace, le ho raccontato perchè ho lasciato la scuola, le ho raccontato del padre che non conosco e di mia madre che ha paura che io studi perché studiando potrei diventare troppo diverso da lei, da tutti quanti. La signora Sullivan quando finisco un libro mi chiede sempre “Ti è piaciuto Michael? Che cosa ti ha insegnato?” A casa mia non solo a nessuno interessano i libri, ma nessuno mi chiederebbe se ho voglia di imparare qualcosa. “A che ti serve?“ sarebbe la domanda.

Una volta sono andato sul camion insieme al padre che non conosco portando un libro della biblioteca con me, mi ero messo a sfogliarlo seduto accanto a lui che guidava e urlava a tutti quelli che lo sorpassavano. “Che diamine ti sei messo in mente, Michael? Vuoi diventare qualcuno di importante? Beh, te lo dico io come si fa a diventare qualcuno di importante. Si deve conoscere qualche pezzo grosso giù al casinò, tutto qui”. Poi ha preso il libro dalle mie mani e lo ha buttato fuori dal finestrino. Ho visto il libro volare sui dei pneumatici abbandonati lungo la strada, ho pensato stupidamente che almeno ne avrebbero attutito la caduta e Philip ‘Pip’ Pirrip non si sarebbe fatto molto male.

Qualche settimana fa stavo facendo un giro con Ginger e sono passato dietro l’autolavaggio di Paco, dove per tanto tempo c’è stato un grande spiazzo che la gente usava come discarica. Materassi, lavatrici, lettori cd, carrelli del supermercato, iphone. Con mio grande stupore, ho visto che era stato tutto ripulito e adesso c’era un campo di basket. Mi sono chiesto a chi diamine potesse essere venuto in mente fare un campo di basket in questa parte della città dove non ha il coraggio di entrare nemmeno una ambulanza. Mentre Ginger faceva pipì in un angolo della recinzione nuova di zecca mi si è avvicinata una tipa poco più grande di me, era molto carina e con due tette molto belle che io non riuscivo a smettere di fissare ma lei, come se niente fosse, con un grande sorriso mi ha allungato un volantino ed ha iniziato a parlarmi. Mi ha spiegato che era una volontaria della associazione che ha finanziato il campo di basket, che l’associazione aveva come obiettivo quello di recuperare ragazzi disagiati della zona attraverso lo sport, che se volevo potevo provare almeno una volta, che mi sarei fatto dei nuovi amici, che non costava niente, che il coach era un tipo in gamba. Io ho preso questo volantino l’ho accartocciato e me lo sono messo in tasca, ho detto solo Ok, grazie. Scusi, ma adesso devo occuparmi del cane che sta facendo la cacca.” Lei ha sorriso ancora come se fosse tutto normale: io, il cane, la cacca, la mia cresta nera lunga fino alla schiena, la mia maglia dei Guns and Roses piena di macchie, le case intorno che cadono a pezzi, il padre che non conosco che si ubriaca di tequila, mia madre che mi toglie dalla scuola, le mie giornate vuote da riempire, i miei dodici anni che sono diciotto, questo deserto incandescente attorno a noi, le mie origini, la mia sete di imparare, la mia rabbia e la mia paura – e mi ha detto “Ti aspettiamo!”

Il giorno dopo sono tornato, questa volta senza Ginger. Mi sono seduto per terra, con la fronte appoggiata alla rete ed ho iniziato a guardare. C’erano dei ragazzi che si allenavano e un uomo di colore di circa cinquant’anni che urlava a bordo campo come un pazzo. Ogni tanto saltava, o batteva le mani. Era bagnato fradicio di sudore e si asciugava spesso la testa con un asciugamano. Sono tornato il giorno successivo e quello dopo ancora. Sempre seduto per terra, la testa appoggiata alla rete, il volantino accartocciato dentro la tasca dei miei pantaloni. L’uomo di colore urlava sempre, ma questa volta ho notato anche il suo sguardo, lo sguardo di un osservatore, silenzioso e attento. In casa mia nessuno ha uno sguardo così, perché nessuno guarda gli altri per davvero. A nessuno interessa. Il quarto giorno, finito l’allenamento, stavo alzandomi per andare via quando ho sentito urlare “Ehi ragazzo!” , mi sono voltato e ho visto l’uomo di colore venirmi incontro.

– Come ti chiami ragazzo?

– Michael Hototo.

– Quanti anni hai?

– Dodici.

– Te ne davo di più.

– Me ne sento, di più.

– Ho notato che vieni spesso ragazzo, ti piace il basket?

– No, vengo qua perché non saprei dove andare.

– Non ci vai a scuola?

– Mia madre dice che ora che so leggere e scrivere non serve più.

L’ho visto puntare il suo sguardo verso una nube che di lì a poco avrebbe coperto il sole, poi si è rivolto di nuovo a me e ha detto “Io mi chiamo Richard Scott me e sono l’allenatore di questa squadra di basket. Cerchiamo ragazzi da inserire, se ti interessa puoi venire a giocare, anche da domani”. Poi mi ha teso una mano come si fa tra uomini e mi ha sorriso. Per una settimana al campo non mi sono fatto vedere. Sono andato giù nella valle delle fragole col padre che non conosco, l’ho visto ubriacarsi di tequila al bancone del bar e flirtare con la ragazza che serve ai tavoli. Ho osservato in silenzio fuori dal finestrino il paesaggio attorno a me, domandandomi se mai avrei trovato il mio posto in tutto questo. Non ho più portato i libri con me, preferisco restare in biblioteca a leggerli, sul banco accanto alla scrivania della signora Sullivan. Non avevo più voglia di vederli volare fuori dal finestrino e di sentirmi dire che non servono a niente. Che non c’è niente da fare. Che le cose non cambieranno mai. Poi sono tornato al campo di basket.

Quando mi ha visto, Richard Scott mi ha sorriso. Mi ha detto “Fatti indicare dai ragazzi dov’è lo spogliatoio e cerca nel magazzino un paio di scarpe del tuo numero.”

I ragazzi della squadra hanno età diverse. Io sono il più piccolo. Il più grande ha venticinque anni, il corpo pieno di tatuaggi e una cicatrice che gli attraversa la fronte, senza fretta. E’ lui che mi ha indicato il magazzino. Quando sono stato pronto, il coach mi ha presentato agli altri “Ragazzi, questo è Michael Hototo: diamogli il nostro benvenuto!”.

– Benvenuto!

Mi sono presentato.

– Sono Michael Hototo, sono un indiano e vivo nella riserva. Ho un cane, Ginger. Abito in una casa rosa che suda lacrime che nessuno asciuga con mia madre e un padre che non conosco. Sono venuto qui perchè cerco un posto dove io non debba vedere i libri volare fuori dalla finestra. Dove nessuno mi dica che a dodici anni ho imparato abbastanza. E che bisogna avere paura dei propri sogni. Sono venuto qui perchè sono stanco di girare tutto il giorno senza una meta, perchè ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a trovare la mia strada. Qualunque essa sia.

Mentre parlavo, i ragazzi stavano in silenzio, qualcuno guardava a terra o la punta delle proprie scarpe, qualcuno mi guardava con gli occhi che dicevano “Io so di cosa stai parlando”. Poi si sono presentati anche loro.

Dexter, quello con la cicatrice che gli attraversa la testa, uscito dalla galera sei mesi fa dopo avere scontato una pena per rapina a mano armata, problemi di alcol, un figlio di un anno dato in adozione ad una famiglia del New England perchè nè lui nè la madre, minorenne, potevano mantenerlo.

Ted, sedici anni, tossicodipendente, vive in una comunità di recupero con cui collabora l’associazione.

Louis, diciotto anni, di Waveland, Missisipi, rimasto senza niente e nessuno dopo l’uragano Katrina, vive qui con una zia invalida.

Aarif, quindici anni, fuggito insieme ai genitori dalla Siria grazie ad una organizzazione internazionale per la pace.

Joshua, quattordici anni, dislessico, espulso da tutte le scuole per comportamenti aggressivi ed atti di vandalismo,

E infine il coach, Richard Scott.

Avvocato di Washington D.C., laurea ad Harvard, selezionato dalla NBA come giocatore di riserva, divorziato, due figli che vivono con la madre in Florida, un tipo di buona famiglia che a cinquant’anni ha deciso di cambiare vita e mettersi al servizio del prossimo e il modo in cui ha deciso di farlo è stato diventare allenatore di una squadra di basket per tutti quei ragazzi a cui nessuno ha mai dato uno straccio di fiducia o di possibilità: la società, la famiglia, la vita.

Corsa di riscaldamento, dieci giri del campo!” La prima cosa che ci ha fatto fare il coach è stato correre. Alla fine del primo giro avevo già il fiato grosso, mi sembrava che gli altri andassero come schegge. Il coach si è fermato accanto a me, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto “Michael Hototo se parti subito così veloce non arriverai neanche al quinto giro del campo. Devi andare per gradi, trovare il tuo ritmo, respirare. Non è una gara, non devi arrivare primo, non devi superare nessuno. “

Poi abbiamo iniziato a giocare. All’inizio non sapevo come muovermi, cosa fare. Guardavo gli altri, cercavo di farmi spazio, cercavo di intercettare la palla. Non capivo niente.

Non avevo idea di come si gioca in una squadra, non avevo idea di che cosa fosse davvero una squadra. Cercavo di imitare gli altri, ma più che gomitate e spintoni non prendevo. Sentivo il coach che gridava i nostri nomi e diceva a raffica parole come tiro libero, difesa, post alto, post basso, terzo tempo, guardia, attacco, zone, ala, centro, tecnico, marcatore, sotto canestro, fuori area, doppio gancio, mismatch, passi, taglio dentro, taglio fuori, zona, tre secondi. Non avevo mai sentito così tante parole di cui non conoscevo il significato tutte insieme, mi sembrava una lingua straniera. Ero il più piccolo, l’ultimo arrivato, mi sono sentito perso. Ho avuto paura. Io, Michael Hototo, indiano d’America, con la mia maglietta dei Guns and Roses e la mia lunga criniera da mohicano, ho avuto paura.

Improvvisamente si è alzato un vento forte, caldo: non avevo dubbi, arrivava dal deserto. Il cielo era limpido, senza nubi, immobile. Ho avuto la sensazione che il tempo si fermasse, che tutto attorno a me si fermasse. I ragazzi giocavano, il coach urlava, agitava le braccia, saltava. Io ero immobile, in mezzo al campo. Ho visto mia madre che avrebbe voluto una figlia femmina, lo zio Jan Hok’ee che distribuisce fiches al casinò della riserva, la mia casa piena di rassegnazione. Non può finire così. Non voglio che finisca così. Mi sono detto: non è un caso che io sia arrivato fino a qui, su questo campo di basket. Dove per la prima volta nella mia vita mi sento parte di qualcosa. Dove per la prima volta nella mia vita qualcuno mi vede davvero. Dove mi è stata data una possibilità, l’unica che abbia senso: riscattarmi. Tutto quello che ho vissuto fino ad oggi mi ha portato davanti a questo canestro, in mezzo a questi edifici scrostati e ciò che adesso devo imparare a fare è buttare la stramaledetta palla dentro quel cesto.

Non devo avere fretta. E nemmeno paura. Non devo farlo da solo. Io, Dexter, Ted, Louis, Aarif, Joshua e il coach Richard siamo una squadra. Anche una famiglia dovrebbe essere una squadra, anche un matrimonio dovrebbe essere una squadra, anche una classe del liceo dovrebbe essere una squadra, anche il reparto di un ospedale dovrebbe essere una squadra, ma non sempre è così. Perchè la verità è che bisogna volerlo davvero. E lavorarci sodo. Quando ho sentito il coach urlare “Michael Hototo che fai, aspetti la coincidenza per San Francisco? “ mi sono reso conto che dovevo darmi una mossa, cercare di intercettare la palla e portarla al canestro.

Da allora sono passati sei mesi.

Tu non lo diresti, ragazza pallida, lo so, ma che tu ci creda o no io sono diventato la Guardia Tiratrice della nostra squadra. Proprio io, Michael Hototo, che all’inizio non avevo fiato a sufficienza per finire un giro di corsa del campo, ho scoperto di essere molto veloce. Il mio compito è quello di creare occasioni e segnare, perchè, sì, io sono diventato il miglior tiratore della squadra. Ed in fondo, se ci pensi, non è nemmeno un caso. Perchè sono un indiano americano, nelle mie vene scorre il sangue di cacciatori e guerrieri. Grazie all’associazione benefica che gestisce il campo, ricomincerò presto ad andare a scuola.

Mia madre non la prenderà benissimo, lo so. Dirà che una figlia femmina non l’avrebbe tradita come ho fatto io. Ma io so che l’unico che la tradirà davvero sarà il padre che non conosco, quando si deciderà a mollarla per la ragazza che serve tequila al banco del bar giù nella valle delle fragole. So anche che, in fatto di tradimenti, la cosa più importante è che sia io a non tradire me stesso.

Dici che sono troppo piccolo per fare discorsi così seri? Può darsi, ma in realtà può anche darsi che per me parlino i miei antenati e che queste loro parole siano arrivate insieme al vento caldo del deserto il giorno che iniziai a giocare.

Perchè da quel giorno, quando arrivano i momenti in cui fatico a mettere le cose nel giusto ordine per riuscire a dare loro un senso, sento dentro di me una voce che dice “Michael Hototo, ricordati che si vince prima col cuore e poi con la testa. Nello sport e nella vita.”

Ricordatelo anche tu, ragazza pallida.

Perchè penso che queste parole serviranno presto anche a te.

©Maria Cristina Codecasa Conti

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