Era iniziato tutto come una ragazzata.

Eravamo giovani, un po’ cialtroni, annoiati. Cercavamo qualunque scusa, qualunque pretesto per uscire da quel grande buco nero che era la nostra vita, per non pensare troppo a quello che ci sarebbe toccato in sorte dopo la scuola, alle facce dei nostri genitori che sembravano averci messo al mondo non per amore ma per noia.

E comunque dai loro figli si aspettavano grandi cose, a cominciare dal loro riscatto. Tornavamo a casa e sentivamo su di noi i loro sguardi pieni di speranze, gli stessi che avevano quando andavano nei casinò delle riserve indiane a puntare i soldi delle loro mance sui numeri fortunati: una data da ricordare, il numero civico della loro casa, il suggerimento di un lontano parente venuto a trovarli durante il sonno.

Perdevano tutto, sempre. Ma ogni sabato che dio mandava in terra tornavano davanti a una slot machine o al tavolo di un croupier con lo stesso sguardo avido di sogni, la stessa certezza sdentata che questo sarebbe stato il loro giro della buona sorte.

Era stato il nostro compagno di classe Greg ad iniziare. Aveva notato la nostra giovane insegnante di lettere chiacchierare sempre amabilmente con Ed, l’autista del pullmann che riportava tutti a casa al termine della scuola. Si chiama Tamara O’reilly, 21 anni, di Modesto. Famiglia di emigrati irlandesi scappati dalla fame della vecchia Europa dopo la guerra. La professoressa O’reilly era una giovane donna dallo sguardo intelligente e curioso, non bella. Non la si era mai vista con un ragazzo. Nessun pettegolezzo su di lei. Viveva la sua vita come un’ombra gentile. Forse fu proprio per questo che nel suo giovane, sfrontato e rabbioso cinismo Greg butto lì quella frase, “La professoressa O’reilly ha un debole per Ed”.

Al momento ridemmo tutti, come avremmo riso di qualunque altra battuta di Greg. Ma da quel giorno, da quel preciso istante, quella frase iniziò a lavorare nella nostra testa e noi iniziammo a guardare con un occhio diverso Ed e la professoressa O’reilly parlare del tempo, della pulizia delle strade in città, del posto migliore dove acquistare vecchi libri usati, della tombola domenicale.

Giorno dopo giorno il nostro sguardo perse la sua innocenza e quella che era stata la battuta di un giovane studente brufoloso del liceo divenne una voce, e quella voce iniziò a diffondersi in città, nelle case, spargendosi come concime sui vialetti alberati tenuti in ordine dalla convinzione che la reputazione inizia prima di tutto dalla pulizia della strada verso casa.

La voce iniziò ad essere servita come companatico sulle tavole degli abitanti della nostra cittadina. Venne servita sulla tavola del preside della nostra scuola, su quelle dei genitori dei nostri compagni, sulla tavola del gruppo dei volontari parrocchiali di cui la professoressa O’reilly faceva parte con suo grande orgoglio. E venne servita anche sulla tavola di Ed e di sua moglie. Da quel momento, la voce si tramutò in sospetto, il sospetto in certezza e la certezza in condanna. La comunità scelse di credere alla battuta di un quindicenne e Tamara O’reilly divenne ufficialmente una rovina famiglie. 

Di lì a poco se ne andò. O la mandammo via tutti noi, che è lo stesso. Di lei non si ebbero più notizie e tutti dimenticarono questa storia seppellendola nella certezza di avere visto ciò che era giusto vedere, di avere fatto il bene di un membro della nostra comunità salvando la sua famiglia e il suo buon nome, ma soprattutto di avere difeso dei valori dietro ai quali non era difficile nascondersi.

Ieri ho rivisto la professoressa O’reilly.

Ero all’aereporto di San Francisco, appena rientrato da un viaggio di lavoro nel Minnesota. I nostri sguardi si sono incrociati mentre stavo ritirando la mia valigia. Era in compagnia di un uomo. Si è fermata, mi ha sorriso. “Sei Edward Johnson?”. Si, sono io. “Non sei affatto cambiato! Ti presento mio marito.” Neanche lei è cambiata, professoressa O’reilly. Ho stretto la mano di suo marito. Adesso mi darà un pugno, ho pensato. “Sei sempre uguale, Edward, sembri ancora un ragazzo!” Lei invece è diventata più bella, professoressa O’reilly. “Ho un bel ricordo di quegli anni, così lontani e duri. Ma mi sono serviti a diventare la persona che sono e la persona che sono ha potuto incontrare un uomo meraviglioso come mio marito. Salutami tanto i tuoi compagni, Ed!” Lo farò senz’altro, professoressa O’reilly.

Si è allontanata a braccetto del marito, sorridendo. Non si è più voltata a guardarmi.

Ho preso il telefono, ho chiamato mia moglie.

Sai Maggie, forse fino ad oggi non te ne sei mai accorta. Ma hai sposato un idiota.”

Testo e foto (On the road, Stati Uniti 2017) ©Maria Cristina Codecasa Conti

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