Paul, mio amato marito, quando ti sveglierai tra poche ore non troverai me ma questa lettera. L’ho scritta cercando di non svegliarti, buttando velocemente nella mia borsa le poche cose che mi saranno davvero utili nei prossimi giorni.Documenti, soldi, il telefono, beauty case. Cose così.

La mia macchina fotografica, un block notes, una cartina geografica.

Ti lascio, Paul.

Una settimana fa, più o meno a quest’ora, mi alzavo con il cuore colmo di gioia all’idea che di lì a poco sarei diventata tua moglie. Dopo cinque anni di fidanzamento. Hai fatto le cose per bene, Paul: l’anello, la richiesta ufficiale ai miei genitori e poi la ricerca della nostra casa, l’attivazione del mutuo.

Mi hai fortemente voluto, ci siamo fortemente voluti.

Sono stata felice con te Paul. Davvero. Totalmente felice.

Una settimana fa mia madre e mia sorella mi hanno aiutato ad indossare l’abito da sposa, mia nonna mi ha regalato gli orecchini di perle, poi le mie damigelle si sono occupate dell’acconciatura e del trucco mentre mia zia terminava la composizione del bouquet fatto con le rose bianche del nostro giardino.

È stato tutto perfetto.

Tutto.

Perfino le lacrime di mio padre mentre mi accompagnava all’altare, perfino quel poco di pioggia che ci ha sorpreso all’uscita della chiesa. Il rinfresco, la festa con tutti i nostri amici. Abbiamo ballato fino all’alba.

La destinazione per il viaggio di nozze è stata una decisione comune che doveva unire le nostre passioni: la mia per la fotografia e la tua per le escursioni in terre primordiali. E così, dal nostro confortevole, perfetto loft di Brooklyn siamo arrivati qui, nell’Ovest.

Ma qui, nell’Ovest, è successo qualcosa.

A me.

Sarebbe stato più semplice dirti che me ne sto andando per qualcun altro, che non ti amo più. Sarebbe stato più semplice seppur doloroso anche per la mia famiglia mettere in conto una possibilità di questo genere. Succede.

Ma la verità semplice e difficile, per te e per tutti, da accettare, Paul, è che io sono stata rapita da questi spazi, da queste luci, da questo silenzio. La verità, Paul, è che arrivando qui io ho avuto la netta precisa inspiegabile sensazione di appartenere a questi luoghi.

Di dovere restare qui. Di volere restare qui. Di non potere più tornare indietro.

Esistono posti che concentrano una forma di energia molto potente. Gli antichi romani parlavano di genius loci. Io qua, Paul, ho sentito qualcosa. Mi sono sentita richiamata. Ho avuto la certezza che c’è qualcosa che viene prima di noi, che sta oltre di noi e da cui ci separa un respiro.

L’invisibile è molto potente, Paul. Ora lo so.

Viviamo tutti i giorni la nostra vita fatta di certezze che, se ci pensi bene, non vanno oltre bisogni che restano elementari e primordiali. Oggi soprattutto effimeri, specialmente in quella parte del mondo dove viviamo noi. Abbiamo rimosso tutto ciò che sta oltre questo, abbiamo allontanato da noi l’idea di una dimensione dove siano possibili altri incontri, altre scoperte, altre conoscenze. Poi arrivi in un luogo che ti rimette al tuo posto, ristabilisce una gerarchia: e tu ti accorgi di essere molto piccolo, parte di qualcosa più grande di te che condividi con altri viventi e non.

Non è un colpo di testa. Non ho mai avuto colpi di testa. Ho vissuto una vita normale, Serena. Lo sai. Sono stata molto fortunata: con la mia famiglia, con il mio lavoro. Con te.

Non è un colpo di testa, Paul.

È un’illuminazione.

Un richiamo.

Una necessità.

Per questo ti chiedo di non cercarmi, di lasciarmi andare. Di provare a capire. Di provare ad immaginare. Ma soprattutto di aprire il tuo cuore alla possibilità che la realtà, la vita sia qualcosa d’altro e di più degli orizzonti spesso limitati in cui noi ci chiudiamo.

Ho dovuto arrivare sino a qui, con te, per capirlo. Per sentirlo con tutta la profondità del mio essere.

Ed è per questa ed altre ragioni, note solo a te e a me, che io ti amerò per tutta la vita, Paul.

Mio grande amore.

Testo e foto (Death Valley, 2017) ©Maria Cristina Codecasa  Conti

 

 

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