Volevo solo un cappuccino.

Cup of Starbucks Coffee

 

Come ogni vera milanese imbruttita che si rispetti, ho voluto provare l’ebrezza di un cappuccino al nuovo Starbucks Reserve Roastery in Piazza Cordusio a Milano. Questa è la cronaca.

Salite le scale, all’ingresso vedo un bodyguard nerboruto vestito di nero e già mi viene l’ansia (sarà anche che sono le otto del mattino, ho già fatto due giri col cane e sto andando ad un appuntamento di lavoro). Per un momento mi domando se sto entrando nel posto giusto e non per caso da Tiffany sulla Quinta Strada.

Entro. Un gentilissimo ragazzo mi accoglie con un caloroso “Benvenuta! E’ la prima volta da noi?”. Mi guardo intorno, so che forse questa accoglienza dovrebbe farmi sentire speciale, invece mi viene istintivo pensare che forse non sono vestita abbastanza elegante o che mi sto imbucando a una festa esclusiva.

Dopo avermi consegnato una brochure del locale, mi chiede cosa voglio consumare. Un cappuccino. “La coda per il cappuccino è da quella parte”. Guardo (non ho mai fatto una coda per il cappuccino in tutta la mia vita) la coda tipo check-in voli internazionali, ho davanti a me circa otto persone, penso che dovrebbe essere abbastanza veloce.

E invece no. Perchè ad ogni cliente che arriva alla cassa viene chiesto che cosa altro si desidera consumare e spiegato che cosa altro è possibile consumare. Perfetto. Il fatto è che siamo a Milano, alle otto del mattino, c’è la remota possibilità che la gente in coda debba andare a lavorare e non abbia molto tempo da perdere. E comunque, aspetto.

Arriva dopo circa dieci minuti il mio turno. Cassiere anche lui gentilissimo, mi chiede se voglio solo il cappuccino o anche mangiare qualcosa. Solo il cappuccino. “Small, medium o large?”. Scelgo la small size per la quale pago Euro 4,50. Ok.

Il ragazzo gentilissimo mi chiede se posso dargli il mio nome, mi sembra una domanda impudente rivolta ad una attempata ragazza della mia età, poi capisco che invece l’idea che fa la differenza è che “Cristina” avrà il suo “cappuccino Cristina” e io forse nel berlo mi sentirò un po’ meno sfigata e un po’ più vip.

Passo al banco. Il tempo scorre inesorabile. Altri dieci minuti. Vedo le comande della cassa uscire a ritmo frenetico da una micro stampante e vedo i ragazzi dietro il banco impazzire (comprensibilmente) dietro le decine di “Cristina”, “Piero”, “Paolo”, “Anna”, etc.. Ma se poi ci sono venti scontrini con il mio nome che succede? Forse dovevo essere più furba e dare un nickname. Certo è che questa mi sembra una di quelle situazioni in cui Gordon Ramsey si metterebbe le mani nei capelli.

Vedo una delle ragazze che seguono il banco accanto a me e le dico “Questo sistema mi sembra semplicemente allucinante”. Lei, molto cortesemente, mi dice “Posso comprendere il suo disappunto, ma qui da noi non si beve un semplice cappuccino”. Ok, ho capito. E’ chiaro, siamo alla solita storia. Sto pagando l’Esperienza, l’Atmosfera, l’Esotismo, la Novità. Però è passata quasi mezz’ora, e per un cappuccino, per quanto figo, mi sembra troppo.

Quando finalmente arriva il cappuccino, anzi, il “Cristina’s cappuccino”, a me è completamente passata la poesia. Sarà per questo, forse, che non mi sembra neanche questo granchè. Pazienza. Guardo l’orologio, sono in ritardo, devo correre.

Non credo tornerò. Però, devo dire che professionalmente parlando è stata una grande lezione. E mi è costata, in fondo, solo Euro 4,50. Cosa ho imparato? Semplice: meno forma e più sostanza, please. Nessuno è perfetto, ma se tu mi stai facendo pagare l’esclusività del mio cappuccino, trova il modo di evitare che io lo debba aspettare un tempo irragionevole.

Domani, in ogni caso, ritornerò al mio solito bar sotto casa. Dove non ti stendono un tappeto rosso quando entri ma un cappuccino te lo fanno in due minuti, fai due chiacchiere con i tuoi vicini di quartiere, l’atmosfera non ha alcuna ambizione di esclusività ma è senza dubbio più vera. E umana.

Testo (c) Maria Cristina Codecasa Conti

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