Underwater

Ho incominciato a nuotare seriamente. Per nuotare seriamente intendo andare regolarmente in una piscina ed allenarmi. Nello specifico, stile libero. Mi piacciono queste due parole associate: potrebbero riferirsi ad un modo di pensare, ad un modo di essere, ad un modo di vestirsi. Ho sempre pensato che le discipline sportive abbiano un ruolo fondamentale nella formazione di un individuo, non è un caso che nelle Università anglosassoni rivestano un ruolo importante. Noi italiani ancora non abbiamo fatto questo salto. Io mi ricordo ancora con tristezza le ore di Educazione Fisica alle scuole superiori: a parte la fatiscenza delle strutture sportive, si trascorreva un’ora senza che nessuno davvero ti insegnasse non tanto gli esercizi ginnici (in cui io, devo dire, non ho mai dato il massimo) ma il senso della fatica, della disciplina, del superamento dei propri limiti, della competizione sana, del rispetto dell’avversario che lo Sport ti dà. Queste sessioni di nuoto mi stanno insegnando molte cose. Ne cito solo alcune.

Trovare il proprio assetto: per nuotare bene devi trovare il tuo assetto corretto, riuscire a sentire il tuo corpo che galleggia e si muove in maniera fluida, naturale. Trovare il proprio assetto riguarda anche il nostro stare nel mondo: sapere in che punto siamo, chi siamo, che cosa desideriamo dall’altro.

Imparare a respirare: il respiro nel nuoto è fondamentale. Ti rendi conto che lo stai facendo in modo corretto quando smetti di volerlo controllare e inizi a sentire davvero il ritmo del tuo corpo. Per nuotare bene non devi essere ossessionato dal controllo: che è una cosa diversa dall’utilizzo di una giusta tecnica. Dell’importanza della respirazione sanno bene tutti coloro che si occupano di psicologia, yoga, meditazione. Anche in questi casi più che di “controllo” si parla di “tecniche” di respirazione. Ed una respirazione corretta e consapevole è uno dei modi più efficaci per imparare a gestire ansia, depressione, panico. Tanto è vero che viene usata spesso in percorsi terapeutici di guarigione da disagi psicologici e forti sofferenze.

Andare fino in fondo: per andare fino in fondo non intendo solo immergersi sott’acqua (cosa che faccio spesso per altro perché amo il silenzio ovattato underwater e perché posso meglio ascoltare il mio respiro), ma terminare una vasca, raggiungere la sponda opposta anche se senti che non ce la fai più. “Fino in fondo! Fino in fondo! Fino in fondo!” urla sempre il coach. E ha ragione: perché “Fino in fondo” significa non arrendersi, crederci, avere fiducia nelle tue forze, non mollare. Allenare il tuo corpo (e soprattutto la tua mente) a gestire la fatica e il dolore, porsi un obiettivo e lavorare, lavorare sodo per raggiungerlo, anche se sai che non sarà facile. Questo significa diventare adulti.

Non giudicarsi in continuazione: uscire dalla dinamica di una competizione perversa e malata con se stessi e con gli altri. Se non ti chiami Federica Pellegrini, non stai nuotando per vincere una medaglia, non stai facendo un esame di ammissione per entrare nel team olimpico, nè devi dimostrare ai tuoi genitori o ai tuoi amici che sei un piccolo campione. Sei un bipede immerso nell’acqua che magari annaspa un po’, ma annaspa felice consapevole finalmente di quali prodigi possono fare un corpo ed una mente che lavorano in sincrono.

Tu e gli altri: negli spogliatoi, sotto le docce, il corpo nudo esibito (il tuo e quello degli altri) non è più eccezione ma regola. C’è una sana, reciproca, liberatoria indifferenza. Siamo in un territorio neutrale, non c’è più l’ostentazione di una fisicità più o meno felice (cosa che spesso accade in spiaggia, sotto un ombrellone, al mare d’estate) ma la condivisione consapevole di uno spazio di tempo e luogo dove ognuno cerca una propria forma di benessere psico-fisico. A questa forma di cameratismo della nudità del corpo i maschi sono forse più abituati. Noi donne un po’ meno: peccato, perché ci riconsegnerebbe ad una umana naturalezza (e bellezza) che l’ansia della perfezione fisica e il desiderio angosciante di rimandare sempre più in là l’appuntamento con la maturità e la vecchiaia (con tutto l’indotto del grande business della chirurgia estetica) allontanano sempre di più. Rendendo sempre più difficile una reale accettazione di se stessi.

Più che nuotare, per me sta diventando una forma di meditazione. Più che in una piscina, ho la sensazione di entrare ogni volta in un luogo dove posso affinare gli strumenti di conoscenza di me stessa, comprendere dove mi trovo esattamente in questo momento e dove desidero andare.

(C) Maria Cristina Codecasa Conti

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