Luci della rivolta | Autunno Americano #016

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Canyonlands, America West, 2017 ©Maria Cristina Codecasa Conti

La notizia che Edmond Carter jr aveva deciso di andarsene da questo mondo di sua iniziativa si rovesciò sulla nostra anonima cittadina come l’uragano Katrina. Arrivò all’improvviso, la mattina di un giorno come gli altri, mischiata ad altre notizie che riguardavano la lotta alla criminalità locale, l’andamento della Borsa, la guerra in Siria, i dieci consigli del dietologo di fama per superare la prova costume, il vertice del G7 a La Malbaie.

Per questo, all’inizio, a nessuno sembrò possibile. Nessuno, quasi, ci fece caso. Ma lentamente la notizia emerse da tutto il resto, lo travolse, lo sommerse con inaudita violenza e da quel momento e per lungo tempo non si parlò d’altro.
Nessuno poteva credere che Edmond Carter jr avesse davvero deciso di andarsene. Ma che diamine, benedetto ragazzo, aveva tutto! Salute, soldi, bellezza. Successo. A 42 anni, Edmond Carter jr, laurea ad Harvard, imprenditore nel ramo delle nanotecnologie, una moglie ex Miss Florida, quattro figli (due maschi, due femmine), casa sulla baia, svariati incarichi di rappresentanza per le più importanti e prestigiose organizzazioni benefiche, era morto senza lasciare spiegazioni. A sentire le chiacchiere della gente nei supermercati o all’ufficio postale o negli ovattati salotti dalle grandi finestre che guardano l’orizzonte inquieto del Pacifico, poche persone erano solari come Edmond. Sorridenti. Nessuno si ricordava un suo moto di stizza, un cedimento umorale, una dichiarazione di insofferenza. Edmond era l’immagine dell’uomo risolto, sereno, realizzato.

Eppure.

Una mattina di un giorno come un altro, Edmond si era alzato, aveva accesso la tv per sentire le ultime notizie, aveva preparato il caffè a sua moglie e la colazione ai bambini, si era rasato, fatto una doccia e spruzzato il suo profumo preferito, aveva scelto dall’armadio uno dei suoi completi estivi più eleganti, infilato delle scarpe italiane comode, aveva dato un saluto veloce a tutti, era salito sul suo suv giapponese e se ne era andato.

Per sempre.

La sera stessa la moglie lanciò l’allarme. Non era da lui ritardare, men che meno per la cena con la sua famiglia. Pensarono ad un rapimento. Oppure ad un allontanamento volontario: per un’altra donna, per problemi di lavoro. La sua vita privata fu scandagliata nei dettagli più intimi, venne interrogato il suo medico personale, il direttore della sua banca. Vennero analizzati i suoi profili social, i siti internet, la posta elettronica. Furono convocate ex fidanzate, i compagni di liceo e quelli di università. I colleghi, le colleghe. I dipendenti della sua azienda, gli addetti alle pulizie, gli stagisti, i soci ed anche il ragazzo che tutti i giorni, alle nove del mattino in punto, gli portava un caffè espresso direttamente dallo Starbucks all’angolo dell’isolato.

Lo ritrovarono dopo dieci giorni, non fu semplice. Lo ritrovarono nella gola di uno dei crateri di Canyonlands, nello Utah. Non lontano da Moab. I piloti dell’elicottero che la famiglia aveva pagato per le ricerche avvistarono il suo suv sull’orlo di uno dei canyon, non fu poi difficile individuare il suo corpo. Più difficile recuperarlo.

Edmond indossava ancora il suo completo elegante, le sue scarpe italiane comode.

Sapere come Edmond aveva scelto di morire rese tutto più difficile. Comprendere, perdonare. Perdonarsi. Iniziò sui social l’inevitabile saccheggio delle sue parole, dei suoi scritti, alla ricerca di frasi, indizi, segnali. Ed ognuno iniziò a formulare le proprie ipotesi, a condividere teorie, a pubblicare sentenze, esprimere giudizi. Furono pochi quelli che scelsero l’unica strada in quel momento percorribile: quella del silenzio.

Perchè? Una domanda sulla bocca di molti, nella testa di tutti. Nel cuore di chi lo aveva profondamente amato.

Ho visto Edmond Carter jr arrivare a Canyonlands col suo suv una sera al tramonto, scendere dalla macchina e sedersi sui bordi del canyon ad osservare l’orizzonte. Io so cosa si prova. Io so cosa si riesce a sentire, qualcosa che in pochi altri posti al mondo si può davvero ascoltare: il silenzio primordiale.

Ho visto Edmond togliersi la giacca, gli occhiali, appoggiarli per terra ed incamminarsi verso il precipizio, con calma.

Ho visto la sua stanchezza – per la sua luce. E la sua paura – per la sua ombra. Ed i suoi occhi chiudersi, durante il volo.

Ho visto tutto questo perchè io sono l’aquila di mare che in questo volo lo ha accompagnato.

Fino alla fine.

© Maria Cristina Codecasa Conti

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