
Ho letto un libro molto bello, uno di quei libri con i quali all’inizio si fa un po’ di fatica (la terminologia scientifica non è esattamente accattivante, a meno che tu non sia un addetto ai lavori) ed invece poco a poco ti conduce nella dimensione della poesia, senza fretta, insegnandoti l’importanza dell’osservazione silenziosa.
Lo ha scritto il biologo americano David George Haskell (docente di biologia alla University of the South, a Sewanee, Tennessee e due volte finalista del Premio Pulitzer in General Nonfiction), si intitola “Il canto degli Alberi” (Einaudi, 2018).
Ogni capitolo di questo libro, che ha ricevuto la John Burroughs Medal per il miglior libro di storia naturale, è dedicato al canto di un particolare albero: l’albero del corallo nella foresta amazzonica, l’abete balsamico, il palmetto, il frassino verde, il nocciolo, il pino giallo, le sequoie, l’acero, il pioppo americano, il pero cinese a Manhattan, l’ulivo a Gerusalemme, il pino bianco giapponese.
Come spiega Haskell, gli antichi Greci dicevano che le vibrazioni dell’aria racchiudono la memoria di ognuno (kleos, κλέος la fama fatta di canti, parola legata ad un’altra klyo, κλύω ascoltare) dunque ascoltare significa apprendere.
Haskell ha prestato orecchio al kleos ecologico, ponendosi letteralmente (anche con strumentazioni scientifiche molto sofisticate) in ascolto della storia degli alberi, che parlano di una vita comunitaria e di un sistema di relazioni (terra, aria, acqua, roccia, insetti, animali, funghi, batteri, uomo) strettamente interconnesso. Ho scoperto che le zampe di uno scarafaggio possono essere responsabili dello sbancamento di una spiaggia, che ogni albero fa risuonare le gocce di pioggia in modo diverso, che per ogni cento litri di ghiaccio antartico che si scioglie novantuno litri d’acqua finiscono nell’oceano, che a Manhattan (Mannahatta, l’”isola dalle molte colline” della tribù dei Lenope) quando fa caldo sarebbe meglio cercare riparo sotto le fronde di un pero cinese ma bisogna stare attenti perchè a New York ostacolare il traffico pedonale “senza uno scopo” può costare una pena fino a due settimane di reclusione nel carcere di Rikers Island.
Di questo sistema di relazioni fa, da sempre, parte anche l’uomo. Gli alberi ci insegnano che la nostra esistenza di esseri umani è saldamente intrecciata alla natura, che occorre andare oltre un rapporto di mero dominio, sfruttamento, godimento turistico dell’elemento naturale e ritrovare quel sistema di relazioni incarnate dove non c’è spazio per una idea di unicità antropocentrica ed egoriferita.
Haskell non stabilisce una gerarchia tra il verde della foresta amazzonica, quello dei parchi naturali del Colorado e quello delle strade delle città. La vita è una rete di connessioni profonde che dobbiamo imparare a conoscere, osservare, vivere.
Uscendo dalla nostra dimensione atomistica e recuperando nel profondo quella capacità/abitudine che i Greci sapevano bene essere fondamentale per la conoscenza, non solo scientifica ma esistenziale: l’ascolto.
(c) Maria Cristina Codecasa Conti
Photo by Steven Ingle from Burst


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