Non so se le favole esistono. Ma il lieto fine sì, se lo vogliamo davvero.

Recentemente una cara amica mi ha regalato il libro di una scrittrice che non conoscevo, Barbara Fiorio: Qualcosa di vero. E’ la storia di una amicizia tra Giulia, pubblicitaria di successo, e una bambina, Rebecca, sua vicina di casa. Rebecca, con una storia famigliare complicata ed un padre violento da cui lei e la sua mamma stanno fuggendo, la notte non dorme e trova conforto nelle favole “rivisitate” che Giulia pazientemente le racconta. Non rivelo di più, perchè il libro merita di essere letto dalla prima all’ultima pagina: quindi, se la storia vi ha incuriosito, vi consiglio di acquistarlo. Le favole che la protagonista Giulia racconta alla piccola Rebecca sono favole speciali: “l’altra versione” dei grandi classici. Dove le cose non sono come ci hanno sempre raccontato, i protagonisti rivelano aspetti che non conoscevamo, a volte poco piacevoli. Altre volte sorprendenti.

Il tema della rivisitazione delle favole e dei loro protagonisti mi è piaciuto molto, l’ho trovata una idea molto bella non solo dal punto di vista narrativo, ma anche educativo.

Per i bambini, innanzitutto: perché se i bambini sono in grado a cinque anni di imparare ad usare un Ipad, possono essere altrettanto capaci di accogliere (e ragionare su) contenuti complessi raccontati dai grandi con linguaggio e modalità adatti a loro. E per i genitori: i quali, anziché seguire una traccia già (egregiamente) tracciata da altri, potrebbero impegnarsi per farla propria, trasformandola in strumento utile a raccontare e spiegare ciò che accade non solo nel mondo ma anche all’interno della propria famiglia.

E allora una fiaba reinventata può diventare strumento importantissimo per far capire ad un bambino perché, ad esempio, la mamma ed il papà hanno deciso di non vivere più insieme, oppure per spiegare che l’ospedale dove andiamo a trovare qualcuno che sta male non è solo un luogo orribile dove la gente soffre ma anche un posto incredibile dal quale la gente esce guarita. Le fiabe sono innanzitutto spazio e strumento di condivisione, conoscenza, confronto e scoperta tra adulto e bambino, tra genitore e figlio: non sottovaluterei la loro importanza riducendone la narrazione ad una lettura annoiata e stanca dell’ennesimo libricino regalato dai nonni.

Succede allora che non tutti i Principi sono necessariamente azzurri. Perchè a volte, dietro l’azzurro del loro mantello, si può nascondere il nero cupo di un’indole prepotente, irrispettosa. Quindi magari è meglio se impariamo in fretta che la vera Nobiltà risiede nell’animo: un gesto di gentilezza vale più di dieci mantelli, per quanto griffati.

Non tutte le Principesse hanno lunghi capelli, meravigliosi vestiti e dorate scarpette. Ci sono Principesse che tutti i giorni prendono la metropolitana indossando scarpe comode prese al mercato, i capelli domati faticosamente da una messa in piega casalinga, occhi segnati dalla stanchezza e bocche che hanno poca voglia di sorridere. Bisogna imparare a chinarsi anche davanti a loro.

E poi queste Principesse si possono anche ribellare, rifiutandosi di baciare il rospo/futuro Principe e scegliendo di lanciarlo con forza contro il muro. Si, proprio contro il muro. Magari ne hanno piene le scatole della sua spocchia e hanno deciso che il proprio compagno di banco è decisamente più carino ed interessante. Soprattutto educato. Oppure, più semplicemente, le Principesse hanno deciso che vogliono starsene da sole. Almeno per un po’. Per l’eventuale Principe c’è tempo: non c’è fretta di crescere.

E che dire dei Palazzi? I Palazzi non sono solo posti dove si fanno feste super trendy con amici e parenti o aperitivi a tema, indossando abiti all’ultima moda. Sono pieni, anche loro, di oscure stanze segrete: buie, maleodoranti, piene di ombre. E c’è una regola non scritta che dice che anche alle Principesse, pure le più belle, tocca attraversarle, queste stanze. Perchè queste sono le stanze della trasformazione e del cambiamento. Sono i luoghi in cui ci troviamo costretti ad affrontare la nostra Ombra. E solo a chi avrà avuto il coraggio di camminare nelle oscure stanze toccherà il premio più ambito: diventare una persona migliore. Sensibile. Compassionevole. Giusta.

Poi c’è questa storia seccante del lieto fine. Ci sono persone che passano l’intera vita ad aspettare il lieto fine. L’incontro con l’Uomo della Tua Vita, il Lavoro dei Sogni. Il Matrimonio da Favola, la Casa che ho Sempre Desiderato. Passano giorni, mesi, anni e questo benedetto lieto fine fatica ad arrivare. Oppure crediamo di averlo finalmente acchiappato e poi ci accorgiamo che è molto diverso da quello che a lungo avevamo atteso. Restiamo delusi, sofferenti, rancorosi. Infelici. Perchè, appunto, la favola che ci avevano raccontato non è vera. Non del tutto, almeno.

Allora forse dobbiamo cambiare atteggiamento e iniziare a dire: la mia favola me la costruisco io, giorno per giorno. Non sarà facile, sarà una strada decisamente in salita. Costellata di grandi felicità e feroci dolori. Fallimenti e vittorie. Ma ne varrà la pena.

Perché il lieto fine, quello vero, dipende da noi.

Ah, dimenticavo. Anche io, nel mio piccolo, ho scritto la mia favola.

 

Testo ©Maria Cristina Codecasa Conti

 

Post Scriptum:

Molti hanno scritto sui valori e contenuti simbolici ed archetipici delle fiabe: una su tutte Marie-Louise von Franz che scrive “Considero le fiabe modelli archetipici del comportamento umano e allo stesso tempo il migliore degli strumenti per chiarire certi problemi psicologici”.

Secondo Carl Gustav Jung le fiabe sono “l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa“.

In una lettera del 1812 Jacob Grimm all’amico Achim von Arnim scrive: “Sono fermamente convinto che tutte le fiabe della nostra raccolta, con tutte le loro particolarità, venivano narrate già millenni fa … in questo senso tutte le fiabe si sono codificate come sono da lunghissimo tempo, mentre si spostano di qua e di là in infinite variazioni … tali variazioni sono come i molteplici dialetti di una lingua e come quelli non devono subire forzature”.

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