L’autostima ai tempi dei social.

 

Due giovani amiche, due ragazze carine, vent’anni al massimo, si recano da un chirurgo plastico per farsi fare una serie di “punturine” allo scopo di “migliorare” il loro aspetto estetico. E’ il promo di un film di Beatrice Borromeo: “Selfie-surgery – Vorrei essere il mio avatar” in onda su Sky stasera (20 novembre). Come scritto sul sito di Sky: Continuano su Sky Atlantic gli appuntamenti domenicali con il ciclo “Il racconto del reale”, e domenica 20 novembre alle 23.15 andrà in onda Selfie Surgery – Vorrei essere il mio avatar, firmato da Beatrice Borromeo, che osserva la moda che si sta affermando tra i più giovani di modellare il proprio fisico come quello dei propri avatar digitali.  Un docu-film che indaga sulle ferite e le sorprese che accompagnano la ricerca del nuovo “io” e i contesti sociali in cui tutto ciò sta prendendo piede.

Sempre sul sito Sky: La moda della selfie surgery ormai dilaga già negli Stati Uniti, e comincia a prendere piede anche da noi. Dal 2012 Triana Lavey, ragazza californiana che per lavoro scova talenti, ha speso migliaia di dollari per ottenere il selfie perfetto, nella vita come su Instagram. E dopo una rinoplastica, un mento nuovo e iniezioni di grasso sulle guance, racconta: “Finalmente ho il volto che avevo sempre pensato di avere. Assomiglio a me stessa, ma fotoshoppata”.

Ho dovuto rileggere queste righe tre volte per capacitarmi della cosa.

Le due ragazze entrano nello studio medico tenendosi per mano, si sostengono a vicenda, nella loro evidente fragilità sono una lo specchio dell’altra. A turno si sdraiano sul lettino dell’ambulatorio, il dottore spiega loro dettagliatamente come e dove andrà ad intervenire. Ne hanno bisogno? Beh, no: non sono evidenti gravi malformazioni. Tuttavia il chirurgo del video continua a sottolineare le loro “piccole imperfezioni” ed è a mio giudizio colpevole di una compiacenza che va contro la deontologia professionale: suggerisce “correzioni” sul viso di una ragazza che, già bella di suo, avrebbe in realtà solo bisogno di qualcuno che le insegni a volersi bene per quello che è. Invece, vai di siringa.

Ci sono molti casi in cui la chirurgia estetica correttiva ha un senso (orecchie da Dumbo, nasi da strega di Biancaneve, ricostruzioni del seno dopo una mastectomia, traumi post incidenti, etc. – per fare degli esempi). Ma qua si sta parlando del fenomeno di ragazze/donne che ricorrono alla chirurgia per essere più presentabili sui social. Già una notizia così a me fa venire voglia di ritornare ad usare come minimo il fax se non il piccione viaggiatore o i segnali di fumo. Lo sanno, poi, queste donne, che il 90% delle immagini femminili che compaiono su riviste, giornali, social, pubblicità etc. sono ritoccate con programmi e/o app? Sono cioè immagini virtuali? E lo sanno che molte donne famose si stanno “ribellando” a questa idea non veritiera e molto pericolosa di perfezione?

Intanto, i medici, quelli seri, dovrebbero iniziare a porre dei limiti (pochi lo fanno, perchè quello dell’estetica è un grandissimo business) alle richieste che vengono fatte dalle giovanissime in merito a “miglioramenti” del proprio aspetto estetico. Faccio già fatica ad accettare il fatto che una donna della mia età non abbia la sufficiente maturità (ed amore per sè stessa) per invecchiare con la propria faccia – figurati una diciassettenne.

Sul sito della Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive (S.I.I.Pa.C.) ho trovato questa interessante definizione della dipendenza dalla chirurgia estetica:

Attualmente non esiste una categoria nosografica univocamente riconosciuta come “Dipendenza da chirurgia plastica” ed essa viene generalmente considerata come un sintomo del Disturbo di Dismorfismo Corporeo. Come osserva il Dott. Mark Griffiths: “La dipendenza da chirurgia plastica può suonare come una barzelletta ma in realtà è un problema serio di cui sempre più persone soffrono al giorno d’oggi” e strutture come la OCD-BDD Clinic della California del Nord o il Westwood Institute for Anxiety Disorders sono attive nella ricerca e nel trattamento di questo specifico disturbo.

La specificità del disturbo sta nel continuo ricorso ad interventi di chirurgia plastica non giustificati da condizioni mediche disfiguranti. La soddisfazione per il proprio aspetto e l’incremento dell’autostima successive all’intervento sono temporanee o assenti e la preoccupazione e l’insoddisfazione per il proprio aspetto esteriore possono ritornare ad investire la parte già operata o spostarsi su un’altra zona del corpo.

Al riemergere di queste emozioni negative, la persona ricorre nuovamente alla chirurgia e il ciclo continua fino alle conseguenze più estreme.

Nel caso in cui la persona dipendente sia impossibilitata a ricevere un appropriata assistenza da parte di personale medico-chirurgico qualificato essa può ricorrere ad auto-rimedi disastrosi, come nel caso sopracitato di Hang Mioku, o rivolgersi a criminali bendisposti ad operarli in cambio di denaro senza avere le competenze o le apparecchiature adeguate.

Per le persone affette da dipendenza da chirurgia plastica, questa si presenta come una speranza, una possibile via di fuga dalla sofferenza costante causata dal disturbo ma, di fatto, essa finisce per esacerbare la sintomatologia.

L’ossessione del malato nei confronti della propria apparenza fisica non può risolversi con un intervento sul corpo, trattandosi di un problema mentale.

Successivamente all’operazione, la persona si sentirà nuovamente insoddisfatta della propria apparenza o sposterà la propria insoddisfazione dalla parte del corpo operata ad un’altra.

In entrambi i casi c’è un alto rischio che egli ritorni a sottoporsi ad un altro intervento, innescando la dipendenza. Uno studio condotto da Phillips riporta come l’82,6% di un campione di persone affette da dipendenza da chirurgia plastica, sottopostesi ad interventi estetici mostrava costanza o peggioramento del disturbo.

Poi c’è l’ambito famigliare, dove, prima ancora che in un entourage sociale (scuola o amici), si dovrebbe prestare maggiore attenzione a fenomeni come questo e cercare di arginarli lavorando molto su tutti quegli input alternativi e positivi che, come genitore, puoi trasmettere ad un figlio per insegnargli ad amarsi per quello che è, limiti e difetti inclusi. Ed a lavorare su sè stesso per migliorare la propria autostima, piuttosto che affidarla al numero di like messi sul tuo selfie in mutande. Invece, vedo con orrore che rinoplastica e labbra nuove sono diventati i nuovi regali per il diciottesimo compleanno. Occorre fare molta attenzione, perchè fenomeni come questo sono parenti stretti di altre manifestazioni di grande disagio psichico ed esistenziale come i disturbi alimentari (bulimia e anoressia).

Concludo con un aneddoto personale che inizia con una premessa: io ho un brutto naso. Quando avevo circa 16 anni, mia madre mi portò da un noto chirurgo plastico milanese perchè dovevo togliermi una cisti sopra l’occhio sinistro prima che mi creasse problemi seri. Il chirurgo alla fine della visita prese uno specchio, mi mise di profilo per farmi vedere il mio naso e mi disse: “Che ne direbbe signorina se già che ci siamo sistemassimo anche questo?”. Gli risposi “No, grazie”. E non me ne sono mai pentita.

©Maria Cristina Codecasa Conti

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